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Come ordinare un caffè a Trieste (anche se il caffè non vi piace)

FullSizeRenderIo non bevo caffè. Il caffè non mi piace. Ne ho bevuto uno solo nella mia vita: lo aveva preparato mio nonno. Non saprei dire se fosse buono o – molto più probabilmente – no. Mia nonna era morta da qualche  giorno e io ero stata ammessa nel gruppo degli adulti di famiglia che facevano i turni per dormire da lui. Non eravamo mai stati da soli io e lui prima, e lui non mi aveva mai preparato la colazione. Come la cosa più normale del mondo – e in effetti in provincia di Napoli lo è – mio nonno mi preparò un caffè e mi aspettò in cucina, con l’imbarazzo di chi si muove per la prima volta in quella stanza che fino a pochi giorni prima era il regno di mia nonna. Non ho avuto il coraggio di dirgli che il caffè non mi piaceva, ma mi ricordo di averci messo un tempo lunghissimo per berlo. Facevo piccoli sorsi e poi mi veniva da scuotere la testa per il disgusto. Non ho mai più bevuto un caffè. Però sono felice di aver bevuto quello lì, quella mattina, nella cucina di mia nonna insieme a mio nonno.

Per chi come me non beve caffè darsi un appuntamento con qualcuno è sempre un problema. “Magari ci vediamo per un caffè” è la frase classica che ci si sente rivolgere. Per tantissimo tempo io ho risposto “io non bevo caffè” senza accorgermi che quella era una risposta sgarbata. Chi ti invita per un caffè non vuole che tu beva necessariamente un caffè. Io però a questa cosa non ci pensavo, e continuavo a rispondere male a tutti senza volerlo. Quando qualche anno fa L’Orso Band ha pubblicato una canzone chiamata “Invitami per un tè” io ho sentito che finalmente qualcuno era come me. Invitami per un tè, ti dirò mille volte sì. Ma non chiedermi se ci vediamo per un caffè.

Comunque la storia del caffè mi è tornata in mente qualche giorno fa a Trieste, dove esiste un vocabolario preciso per le ordinazioni al bancone del bar e se non lo conosci si accorgono subito che sei un turista e sorridono sotto i baffi anche se i baffi non ce li hanno e ti servono un con un po’ di sufficienza e ti guardano con pietà pensando che non sai cosa ti perdi.

“Il punto però non è tanto la bontà delle miscele triestine, quanto la varietà dei modi in cui uno può ordinare un caffè in questa città, e gli equivoci che ciò crea rispetto alla terminologia standard. Sembra quasi che una così ampia scelta in fatto di gusto si ripercuota per chissà quali vie segrete sulla fantasia delle ordinazioni. Allora, per esempio, il caffè normale, cioè quello che si ordina dicendo ‘un caffè’, qui si chiama nero. Il che è ancora niente: basta dire ‘un nero’ anziché ‘un caffè’ e il gioco è fatto. Se però volete un caffè macchiato dovete chiedere ‘un cappuccino’ perché se chiedete un caffè macchiato vi arriva un caffè con un bricchetto di latte freddo a parte. Mentre quello che in tutta Italia, ma ormai in tutto il mondo, si chiama cappuccino qui praticamente non esiste, se non nelle forme surrogate del caffelatte (ma senza schiuma) o del latte macchiato. In compenso ci sono il cappuccino in bicchiere (caffè macchiato in bicchieri poco più grandi di una tazzina) e il gocciato (caffè con una goccia di schiuma di latte), entrambi ovviamente, come tutte le altre varianti, declinabili in ristretto, lungo, doppio, decaffeinato, corretto. A chi viene a Trieste per la prima volta tutto ciò trasmette l’anomalia della città meglio di qualsiasi spiegazione”. (Trieste sottosopra, Mauro Covacich)