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L’incendio di Calcutta non è ancora spento

</span></figure></a> Foto di Francesco Sarsano
Foto di Francesco Sarsano

«Ho acceso un fornello ed è scoppiato un incendio». Sono le tre di un sabato pomeriggio e dall’altra parte del telefono c’è Edoardo D’Erme, Calcutta. Dalla voce sembra appena sveglio ma ha voglia di chiacchierare, e allora chiacchieriamo. Di tutto: di quest’anno «strano», del successo «inaspettato», di quando ti arrendi e accetti che «capire non è indispensabile» e finalmente inizi a goderti quello che viene.
Quello che è venuto è un disco d’oro e un tour di date sold out, comprese le prossime di Milano e Roma a dicembre.
“Mainstream” è uscito esattamente un anno fa, il tempo giusto per fare un bilancio. «In quelle canzoni mi sono molto messo a nudo – racconta – ma ci sto riflettendo soltanto adesso. Non c’è nessun tipo di ammiccamento, nessun tentativo di prendersi sul serio, men che meno di voler essere la voce di una generazione. Quelle canzoni le avevo scritte per me, non avrei mai pensato che avessero questa potenza». Poi dice quella cosa del fornello e dell’incendio, e dopo averla detta resta in silenzio un attimo, come chi trova finalmente le parole giuste e non è più costretto a cercarne altre.
Non posso vederlo ma credo che abbia chiuso gli occhi perché subito dopo inizia a parlare delle (tante) persone che durante quest’anno sono andate ai suoi concerti. E’ come se stesse cercando di visualizzarle, di tirare fuori dalla memoria le istantanee scattate dal palco. «Io non so chi siano – ammette – ma mi sembra gente presa bene, con tanta voglia di emozionarsi. E’ un pubblico trasversale, ed è proprio questo il bello».
Parla di tutto: di “Lost in traslation”, di Massimo Troisi, di Bob Dylan. Solo di una cosa non parla: dell’indie, quell’ombra di Peter Pan che lo segue ovunque eppure resta intangibile. L’indie è una maledizione, un’etichetta che appena appiccichi addosso a un cantante fa di lui un’altra cosa. Appena credi di aver intuito lo scaffale in cui troverai il suo disco, ecco che Calcutta ti tira fuori “Cosa mi manchi a fare” e quel suo «e non mi importa se non mi ami più e non mi importa se non mi vuoi beeeene» ti fa ripensare al Vasco di “Va bene va bene così”. «Mi piace giocare con questa cosa del mainstream, mischiare le carte tra sacro e profano. C’è bellezza perfino nella disperazione». E disperato è lui quando canta «Io ti giuro che torno a casa…» e lo fa in un modo così struggente che ti aspetti che il verso dopo sia «e mi appendo al lampadario» e invece lui ci piazza uno spiazzante «e mi guardo un film», senza che la cosa faccia perdere nemmeno un grammo di sofferenza alla storia.
«Le canzoni che canto forse sono più libere perché non vivo il cantautorato come un vero lavoro, per questo mi lascio andare. Non immaginavo di poter guadagnare con la mia musica perciò ho sempre pensato che il mio lavoro fosse quello dell’autore (Calcutta è autore per Universal, ndr). E’ un lavoro che mi piace, tu scrivi una canzone e poi quella prende la sua strada, finisce cantata da chissà chi».
Di recente ha scritto qualcosa insieme a Tommaso Paradiso, cantante dei TheGiornalisti: «Ci hanno chiuso in uno studio per qualche giorno», spiega senza però trasmettere alcun sintomo di claustrofobia. «E’ il mio lavoro», si affretta ad aggiungere per farmi capire che lo prende sul serio. Parlando dei TheGiornalisti e di Niccolò Contessa de I Cani, con il quale ha collaborato, viene scontato chiedergli se forse non siamo di fronte a una nuova “scuola romana”. «Io sono di Latina – specifica subito – e poi spero proprio di no perché io a scuola mi annoiavo». Però gli piace la geografia, almeno stando a quello che si percepisce ascoltando il disco: Pesaro, Frosinone, Latina, Bologna, Peschiera del Garda sono alcuni dei luoghi citati nelle sue canzoni. «Più che altro mi piace la psicogeografia, contemplare le differenze tra le città e tra i loro abitanti». E come sono gli abitanti di Latina? «Brava gente». Pure Tiziano Ferro? «E’ il migliore di tutti, uno che si fa i cazzi suoi. Il migliore».
Tiziano Ferro in effetti non è nemmeno sui social network, Calcutta invece sì. «Ma non li prendo sul serio, ho un approccio old style con i social network, voglio ancora stupirmi, com’era stupefacente il telefono negli anni ’60. Era il teletrasporto, pura magia. Adesso invece è scontato. Eppure telefonare è bellissimo, la conosci ‘Se telefonando’?». Sì, la conosco, gli dico, e tu lo conosci quel racconto di Italo Calvino che si intitola “Prima che tu dica pronto”? Dovresti leggerlo. «Lo farò, e tu ascolta Don’t think twice di Bob Dylan, è la canzone perfetta». Ci scambiamo queste promesse, poi aggiunge che il verso del suo disco che più lo rappresenta  è «Volevo avere dei figli, né troppi né pochi, né tardi né domani» e mi viene in mente un vecchio numero di IL Magazine che parlava di questo tema e ho la tentazione di dirgli che allora Mainstream è – involontariamente – un album generazionale ma poi lascio perdere, gli faccio un in bocca al lupo per il tour che sta per ripartire e lo saluto. «Come hai detto che si chiama quel racconto di Calvino?», mi chiede prima di mettere giù.