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Storia di Daris, l’italiano che insegna a giocare a pallavolo alle Far Oer

“Andresti a lavorare alle Far Oer?” “‘Spetta che guardo dove sono”. Me l’ero immaginato così il dialogo tra due persone che parlino di quelle isole sperdute lassù. E non c’ero andata troppo lontana.

A metà novembre squilla il cellulare di Daris Amadio e sul display appare il nome di Romica Øster. I due si sono conosciuti in Indonesia nel 2012 e sono colleghi: entrambi allenano squadre di pallavolo. “Sei interessato a fare un’esperienza alle Far Oer?”, gli chiede il coach rumeno. Daris ha 32 anni. Ha mosso i primi passi da allenatore nella Sisley Treviso; è stato assistente allenatore e statistico della nazionale del Camerun; ha allenato la nazionale australiana under23; ha partecipato a diversi camp estivi negli Stati Uniti. Ma le Far Oer non saprebbe collocarle sul mappamondo. “Sapevo che erano da qualche parte lì in alto, ma non sapevo di preciso dove”, racconta.

E’ probabile che non lo sappiate neanche voi, e in verità non lo sapevo bene nemmeno io prima di volarci sopra – o almeno così mi piace pensare – l’estate scorsa, durante la tratta Milano-Reykjavik. Forse ne avete sentito parlare un anno fa, quando – un po’ per marketing turistico, un po’ per i ritardi di Google – la popolazione ha messo in piedi lo “sheep view”, un metodo per mappare e filmare il territorio montando telecamere in groppa alle pecore, che da quelle parti sono 90mila, più del doppio degli uomini. O forse ne avete letto quando nel 2015 il National Geographic ha messo questo arcipelago al primo posto nella classifica dei luoghi da visitare. Se invece non ne avete letto mai, dovreste comprare “L’isola pianeta e altri settentrioni” di Giorgio Manganelli.

Ma torniamo a Daris Amadio da Villorba, barba lunga e occhi stretti: poco dopo quella telefonata Daris ha fatto la valigia. E’ arrivato alle Far Oer il 16 gennaio, nel pieno di uno degl’inverni più burrascosi degli ultimi anni: le raffiche di vento hanno raggiunto i 260 chilometri orari. “Da quando mi sono trasferito ci sono stati solo due giorni di leggero sole senza vento o pioggia, e ovviamente hanno coinciso con gli unici due giorni in cui ho avuto l’influenza. Per il resto, qui il vento, forte, ma forte forte, è all’ordine del giorno, mentre la pioggia è sottile e leggera e dopo poco ci si abitua”.

Quello a cui Daris non è ancora riuscito ad abituarsi è la gentilezza delle persone del posto “con le quali a volte ti trovi in difficoltà per la loro ampia disponibilità a risolverti gli inevitabili problemi che si possono creare”. C’è, nei confronti di chi arriva quassù, un sentimento di protezione. “Cercano tutti di renderti la vita il più facile possibile; sembra ci sia una gara a darti una mano. Penso sia dovuto al fatto che, data la difficoltà della vita in questi posti, o ti dai una mano o è dura sopravvivere”. Però non bisogna pensare a una vita disagiata: “La coppia che mi ospita, per esempio, mi ha  dato uno stupendo appartamento con internet, tv satellitare e tutto quello che può servire”. Forse le case sono così confortevoli per compensare la violenza del vento, che soffia notte e giorno, e la scarsità di attività: “A Tvøroyri – duemila abitanti nell’isola più meridionale delle Far Oer – non c’è molto da fare. Niente cinema né altri divertimenti e se vuoi andare nella capitale devi prendere un traghetto che c’è solo tre volte al giorno e che ci impiega due ore a fare il tragitto..ma ti ci abitui, sono cose che si sopportano”.

Quando ci si trasferisce alle Far Oer non bisogna mettere in valigia solo giacconi e scarpe in Goretex, ma anche tanta disponibilità a imparare, e non solo la lingua. “Quella, in realtà, non è indispensabile perché i faroesi parlano molto bene l’inglese, nonostante per loro sia una terza lingua dopo la loro e il danese”. Piuttosto, è necessario imparare un nuovo ritmo di vita, più lento, più rilassato. “Quando ho detto a un’allenatrice che impiegare due ore di traghetto per andare a giocare una partita è tempo perso lei mi ha risposto: ‘Sì, è vero, ma non c’è altro modo per arrivare in quest’altra isola, e poi penso che faccia bene alla squadra stare assieme per due ore’. E in effetti, aveva ragione”.

16443138_1486701954703236_560285269_oLo sport da quelle parti è uno dei principali aggregatori sociali: “I faroesi sono persone appassionate allo sport, ma ne fanno troppi e non si concentrano su uno. Ad esempio, i ragazzi giocano da novembre a gennaio a pallavolo, poi si trasferiscono sul campo da calcio. Per loro lo sport è un divertimento, non una professione. Anche i calciatori della nazionale, per esempio, hanno quasi tutti un ‘vero’ lavoro”. Il difensore Gregersen vende pubblicità per i giornali, Benjaminsen fa il falegname. Il gioco, insomma, resta un gioco.

Daris allena la squadra femminile del Tb-Flogboltur, nella serie A locale, e ricopre anche il ruolo di coordinatore tecnico del settore giovanile, affiancando gli altri allenatori (che sono tutti volontari,  perlopiù giocatori o ex-giocatori o genitori). Durante la settimana ci si allena, nel fine settimana si disputano le partite di campionato, saltellando da un’isola all’altra. “Pallavolo a parte, qui la vita non è molto movimentata: anche per questo sto cercando attraverso le persone del club di trovare un lavoretto alla mattina così da tenermi impegnato tutta la giornata. In più, lavorare mi permetterebbe di conoscere altre persone”. In certi momenti la solitudine lassù dev’essere peggio del vento.

 

  • Paolo |

    È tutto vero! Sono stato un mese lassù in quelle splendide isole, e gli isolani sono un popolo meravigliosamente gentile e disponibile.
    Ricordo che un pescatore di nome Magnus mi ringraziò, per essere andato a visitare i loro luoghi….e che luoghi…ogni angolo è affascinante e il tempo cambia continuamente la luce.
    Un augurio a Daris per il suo lavoro, e….porta un abbraccio a quel popolo da parte mia

  • slim della tunisia |

    sei fortunato daris ti auguro tante belle cose una bellissima sperrienza

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