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“Questa ‘casa’ non è un ufficio”, ovvero: perché da oTTo dovete spegnere il pc

Ricevo e pubblico la risposta che Roberto Marone mi ha mandato al mio post (che potete leggere qui sotto):
“Ciao Francesca, mi spiace molto che tu abbia preso sul serio l’articolo del Corriere. 
Da otto tu puoi ancora stare lì tutto il giorno, a fare un cazzo, e a non consumare nulla. Non ti diremo MAI nulla. Perché siamo ancora molto felici che sia, appunto, “Una CASA”. E non ce ne frega ne dei soldi, né delle consumazioni, né del tempo seduti al tavolo. 
Forse non vieni da un po’, ma quel mood che ti piaceva, e che si respirava, era distrutto e rovinato da orde di computer. Tristi e soli stavano ore attaccati al pc. 70/80 persone, in 12 in un tavolo, ognuna con il proprio mac, a lavorare. Era orribile, davvero orribile. 
Quello che abbiamo deciso, non senza averci pensato mille volte, è semplicemente di non non far usare il computer, in alcuni orari, e lo abbiamo fatto non per soldi, o per le consumazioni, ma proprio per quello che tu dici: per un motivo molto semplice: vogliamo che i clienti si sentano come quel giorno tu, vogliamo che oTTo sia una casa, appunto, e non un ufficio”.

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Una volta sono persino stata nominata miglior cliente del giorno da Roberto Marone, per dire. Ero arrivata sul presto (che nel fuso orario di via Sarpi poi son le 10) per fare colazione con un quadrotto alla crema di nocciole e un latte macchiato. Non c’era quasi nessuno e quindi mi ero permessa di occupare il divano marrone all’ingresso. Era il mio giorno di corta (“corte e tributi”, lo aveva chiamato qualcuno bravo in questo genere di giochi di parole, dall’altra parte di Messenger) e così mi ero presentata da Otto come si presenta sul pianerottolo dell’amante un uomo appena cacciato di casa dalla moglie: con la valigia. Avevo con me iPad, iPhone, caricabatterie, libro, cuffiette, blocco degli appunti e un settimanale appena preso all’edicola.

Marone a quell’ora non c’era, ma la foto della mia colazione su Instagram provava che fossi lì dal mattino, vostro onore.

All’ora di pranzo ho dovuto fare ordine sul divano che intanto avevo invaso con cavi e quotidiani presi in prestito dal grosso tavolo dei giornali di Otto per lasciare spazio ad altri commensali simpatici con i quali però non avevo voglia di chiacchierare. Quella è l’ora peggiore per chi, come me, ama i bar ma non tutti gli avventori. Col tempo ho imparato a resistere, con qualche trucco: immergersi in un libro; non alzare lo sguardo; occupare meno spazio possibile; ascoltare musica con gli auricolari; mai – MAI – alzarsi dal proprio posto conquistato ore prima; pazientare: prima o poi le coppie avranno voglia di passeggiare all’aria aperta e i gruppi di colleghi dovranno tornare in ufficio e le comitive di mamme dovranno andare a prendere i figli a scuola. Pazientare è l’arma vincente, e infatti ho vinto: verso le 15,30 Otto era di nuovo tutto mio.

Ho assunto una posizione più comoda sul divano, ordinato un tè, ricollegato l’iPad alla corrente, sfogliato un altro giornale, scambiato qualche parola con Marone che intanto era arrivato con una faccia stropicciata e una macchina fotografica. Agli altri tavoli qualcuno lavorava al computer, qualcuno infilava sogni nel cassetto , qualcun altro guardava una serie tv sull’iPad. Eravamo “a casa”. Dall’altra parte del Messenger qualcuno mi chiedeva stupito “sei ancora lì?!”. Sì, ero ancora lì. Era il mio giorno di corta, avevo nella borsa-valigia tutto quello che poteva servirmi per sopravvivere, ero in un posto bello e con tanto cibo: perché avrei dovuto andare altrove? C’era una bella luce e faceva caldo per essere aprile. Ero seduta accanto alla porta che era stata lasciata aperta e non avevo freddo. Marone aveva deciso di scattare un po’ di foto pubblicitarie al loro bel locale e in una ci ero finita pure io, con il mio libro appoggiato sul divano, il mio iPad su cui leggevo i giornali, le mie cuffiette da cui usciva la voce di Jovanotti e il mio iPhone con la app di Messenger sempre aperta.

Alle 18 ricominciava il balletto delle sedie: “scusa, è libera?”, “certo, prendila pure”. Sono quelli i momenti che mettono alla prova il mio senso di colpa: sono da sola e sto occupando un intero divano. Potrei andarmene e lasciare il posto ad altri, oppure potrei ordinare uno Spritz e riconquistare il diritto a restare. Avevo optato per la seconda possibilità. E’ stato allora che Marone, ridendo dietro al bancone, mi ha nominata cliente del giorno e mi ha preparato lo Spritz che sono tornata a bere con calma sul “mio” divano. Ormai avevo imparato a memoria tutto il disco di Jovanotti (le tracce erano 30!) e avevo quasi perso le speranze che la conversazione iniziata su Messenger potesse trasferirsi in un contesto reale. Ma continuavo ad alimentarla provando a spiegare, digitando sull’iPhone, che noi colazionisti non possiamo convivere con gli aperitivisti, e che quando arrivano loro è il segnale per noi di ritirarci. Ho rifatto la borsa, salutato Marone e uscendo mi sono chiusa dietro la porta, perché a quell’ora iniziava a rinfrescare.

Ho passato da Otto – e in altri locali – tantissimi giorni così e per questo mi spiace scoprire stamattina da un articolo del Corriere che Marone&Co. hanno deciso di vietare l’uso dei pc e dei libri nel bar durante i fine settimana. Capisco l’esigenza di lasciare il posto a nuovi clienti e condivido lo sconforto nel sapere che alcuni avventori si portano il cibo da casa, consumando al bar poco o nulla se non l’elettricità per alimentare il proprio pc. Però ho già nostalgia di quella sensazione di “casa” che si provava da Otto quando se restavi un giorno intero venivi nominata cliente del giorno e non avvicinata da una gentile cameriera che ti chiede di spegnere il computer.