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Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Vasco Brondi e il superpotere di essere vulnerabili

Mesi fa avevo scritto al produttore di Vasco Brondi. “So che sta lavorando a un disco nuovo, mi piacerebbe trascorrere una giornata con lui a Ferrara, si può fare?”. Nella mia testa m’immaginavo noi due in giro su una bicicletta colorata di verde militare e gli strascichi delle nostre ombre lunghe come tutta via XX settembre, e lui che mi mostrava la sua scuola elementare, il bar del centro dove ha lavorato per dieci anni, la gigantesca scritta Coop e questa benedetta centrale elettrica, se mai esistesse davvero.

A Ferrara alla fine non ci ho messo piede, ma l’ho (intra)vista attraverso i racconti di Vasco Brondi, seduto davanti a un caffè in un bar di Milano.
“Mi piace viaggiare – racconta – ma alla fine mi piace anche tornare a casa. Mi capita di essere in posti incredibili e di non riuscire a scrivere una riga, poi torno a Ferrara e lì tutto funziona”. Me la sono immaginata calda anche se se ne sta lì nel mezzo della pianura padana, questa Ferrara così accogliente da essere per Vasco l’unico luogo in cui riesce a scrivere le sue canzoni. “Le canzoni vengono da sole, tu non decidi veramente quello che inizi a scrivere, anzi ti sorprende anche quello che hai dentro e che non sospettavi di avere”.

Il nuovo disco de Le Luci Della Centrale Elettrica, “Terra”, è in uscita domani, 3 marzo. Sono passati tre anni da “Costellazioni” e questo sembra effettivamente un ritorno a casa, al pianeta terra, alla sua città.  “Mi piace molto fare in modo che la musica non si prenda tutto – spiega -. Mi prendo il lusso di gestirmi tutto da solo con i miei tempi. Grandi periodi in cui posso solo scrivere, viaggiare e avere una vita normale che non sia solo la vita lavorativa. A me piace molto stare a Ferrara, sono sempre rimasto lì perché mi piace un posto dove la mia identità non coincida con il mio lavoro. A Ferrara ho fatto il barista per una decina d’anni e forse sono più conosciuto in città per essere stato un barista del centro che per la musica. Ferrara mi permette di concentrarmi sulle cose che mi piacciono, scrivere e suonare, ed è un buon osservatorio perché nelle piccole città le dinamiche sono più visibili. Ferrara è un buon punto di partenza e di ritorno, da una parte una forza respingente e dall’altra una calamita fortissima. A Ferrara sono più concentrato, scrivo meglio. Ferrara mi permette di chiudere fuori tutta una serie di cose: una citazione che non mi ricordo da dove ho preso dice che quando puoi cominciare ad avere quello che non ti interessa devi cominciare a stare attento perché iniziano a esserci solo cose che ti portano fuori da quello che davvero ti serve. A Ferrara sono più concentrato su quello che mi serve, che è MENO, meno incontri, meno persone, meno informazioni, meno eventi. Amo di Ferrara che a volte perdo il senso del tempo, i giorni sono tutti uguali, per me questo è meraviglioso in realtà”.

Vorrei dirgli che forse la citazione di cui non ricorda la provenienza potrebbe essere di Eddie Vedder (“You think you have to want more than you need
until you have it all you won’t be free; society, you’re a crazy breed, I hope you’re not lonely without me”) ma forse mi sbaglio e allora sto zitta e continuo a far parlare lui.

“La discrezione ferrarese viene sempre fraintesa, adesso se non sei super espansivo sembra che te la stai tirando; adesso la timidezza è il peggiore dei mali, tutto deve essere esposto. Io non ho il bisogno di espormi, che è una contraddizione estrema con il lavoro che faccio, ma onestamente io sto bene, mi piace scrivere le canzoni, poi mi piace anche stare sul palco (qui le date dei concerti), passo da rockstar a topo di biblioteca”. Allora mi viene in mente di chiedergli se forse non l’ha finalmente trovato  quel “centro di gravità almeno momentanea”, ma poi mi dico che è una domanda stupida e continuo a restare in silenzio. 

Nel nuovo disco di Vasco Brondi Ferrara diventa il luogo simbolo dell’Italia contemporanea, multiculturale, multietnica e multimusicale: “Mi piaceva il concetto di musica come mezzo di trasporto velocissimo che in 2 secondi riesce a portarti in un altro posto”. Così, ascoltando Qui si può sentire l’eco di un muezzin, con Coprifuoco sembra di ascoltare dei tamburi africani, con Viaggi disorganizzati si può fare un viaggio nelle musiche balcaniche. “Mi piace sentire la musica di persone fatta in un altro modo. Spesso i canti servono per pregare, questo mi ha fatto riappacificare con il motivo per cui si canta, che è davvero un gesto d’amore e di preghiera qualsiasi sia il contenuto, e anche per alleviare le cose e per liberarsi da qualcosa”. Vorrei chiedergli se c’entra il “padre nostro dei satelliti e di tutti i dibattiti” ma il tempo stringe e tra un po’ dovrò alzarmi per lasciare il posto a un altro intervistatore.

Qualcuno lo ha definito il nuovo Francesco De Gregori. Gli chiedo se gli pesa. “Per istinto di sopravvivenza il tuo organismo matura una capacità di filtro, queste cose ti passano attraverso ed è una meraviglia, perché lo puoi applicare anche nella vita quotidiana”. Tradotto: non mi interessa se mi paragonano a De Gregori o a Giovanni Lindo Ferretti, li ascolto da sempre e quindi è possibile che io sia venuto su plasmato dalla musica che ho sentito, che poi è sempre la stessa: Csi, Cccp, De Gregori, Battiato. “Anche adesso che ho a disposizione tutto Spotify, alla fine ascolto queste quattro robe”.

No, non è da questi particolari che si giudica un cantautore.

N.B. Di Vasco Brondi e di “Terra” ho scritto anche qui. La citazione nel titolo di questo post è presa dal brano “Qui”.