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A proposito di Paolo Nori e di audio inviati via mail

Di Parma mi è sempre piaciuto il fatto che i suoi abitanti avessero il nome di un cibo. Quand’ero più piccola me li immaginavo a volte tondeggianti come una intera forma di parmigiano, altre volte triangolari come i pezzi sottovuoto che – anni dopo – mia sorella ha iniziato a regalarmi per Natale. Poi ho scoperto che la cosa più bella dei parmigiani è l’accento. L’ho riascoltato ieri sera in una trattoria sperduta tra il nulla e l’autostrada A1, e mi ha fatto ripensare a Paolo Nori, che su Parma aveva scritto una cosa bellissima:
“Parma è un’idea, un accento, un modo di parlare, di imprecare, di gesticolare, è una cantilena, è un dialetto, è un modo di camminare, è un modo di accendersi le sigarette, è un modo di piegare la testa quando si guarda, è la luce che c’è sulla via Emilia a una cert’ora del giorno, è l’odore che c’è in Cittadella quando è piovuto, è il suono delle campane della Steccata”. 

Stamattina, con un tempismo magico, Amazon mi ha recapitato a casa “Undici treni”, l’ultimo libro di Paolo Nori.
Ieri su La Domenica del Sole 24 Ore c’era una bella citazione a proposito degli scrittori che a molti avrà fatto pensare a Nori, perché Nori è uno scrittore strano. O lo odi ferocemente o lo ami follemente, vie di mezzo non ce ne sono. A me i libri di Paolo Nori piacciono moltissimo anche se dopo averne letto uno poi devo leggere un paio di cose di altri autori prima di tornare su Nori perché altrimenti inizio a pensare con quella punteggiatura strana e quella costruzione sintattica contorta che usa lui, magistralmente.

Quello che mi ha sempre colpito della scrittura di Paolo Nori è che non è leggibile ad alta voce. Il che è un peccato perché una delle cose che mi piace fare, quando trovo una bella pagina in un libro, è leggerla ad alta voce, registrarla e poi mandarla a una casella gmail. Ma non sono mai riuscita a registrare un brano di Paolo Nori.
Il caso vuole che il protagonista di “Undici treni” registri silenzi. Mi è sembrata una bella coincidenza.

“Da quel momento io avevo cominciato a comportarmi come si comporta il braccio quando ti cade qualcosa, una penna, o una moneta, sotto un mobile, o sotto il letto, e tu, per infilare il braccio devi voltare la testa da un’altra parte, e non vedi la mano, e muovi il braccio e la mano a scatti, a cercare la penna, o la moneta, con dei movimenti spastici, non ho niente contro gli spastici, dico spastico in senso tecnico, affetto da spasmo, significa, e spasmo significa, lo sono andato a cercare, ‘stato reversibile di contrazione prolungata, intermittente o ripetuta, non influenzabile dalla volontà, spesso accompagnata da dolore acuto’ e io, zio campanaro, ho vissuto per sei giorni così, come uno spastico, dopo che ho preso quel treno che mi riportava indietro da Castelfranco Emilia”.