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Parlare con una pallina da tennis e altre cose che ho in comune con Eshkol Nevo

Il mio primo compagno di tennis è stato un muro di cemento. Palleggiavo all’ombra in attesa che mio papà finisse la sua partita. Forse è per questo che ho sempre considerato il tennis uno sport solitario. Sabato scorso un maestro mi spiegava che quando sei sotto l’unico modo per provare a rimontare è dimenticarti dell’avversario e giocare da solo. Non è importante chi ci sia dall’altra parte a tirarti la pallina: un muro di cemento, Federer o il drago sparapalle costruito dal padre di Andre Agassi.

Forse è una teoria buona per gli agonisti. Per noi tennisti del martedì mattina, invece, secondo me il tennis è uno sport di coppia, uno sport che crea un dialogo. A volte ho l’impressione di riuscire a dire più cose col dritto e col rovescio che a parole. Ci sono colpi che sono parole d’affetto e altri che sono domande ansiose. Ci sono rovesci lungolinea che sono rimproveri, pallonetti che sono risate e dritti incrociati che sono un vaffanculo.
Lo ha scritto molto meglio di me Eshkol Nevo nel racconto “La sposa sul campo da tennis“:

“La sposa è entrata in campo a metà del secondo set. Eravamo 3:1 per Elisha. Il servizio era mio. Ero di schiena, perciò non mi sono accorto che era entrata e ho servito la palla nel campo avversario, come al solito. Elisha se l’è lasciata sfuggire, non ha reagito. Non capivo cosa stesse succedendo. Poi mi ha accennato con la mano di voltarmi. Mi sono voltato. Lei era lì. In piedi. Una sposa bellissima. In abito bianco. Tacchi molto alti, pettinata da matrimonio, truccata da matrimonio. (…) Posso giocare un po’ con voi? ha chiesto. (…) Il punto successivo è stato particolarmente lungo. Botta e risposta, la palla non smetteva di superare la rete, e a un certo punto mi ha colto una strana sensazione, mai provata prima con Elisha: sentivo che dialogavamo tramite la palla. La sposa e io. Lei domandava e io rispondevo. Poi era la mia volta di domandare e la sua di rispondere. Sentivo che stava cercando di comunicarmi qualcosa di importante e che se il punto fosse continuato abbastanza sarei riuscito a capire di cosa si trattava.  Ma poi – nel tennis non si deve pensare troppo – ho infilato un rovescio dritto in rete”. 

Eshkol Nevo è uno scrittore capace di trasportarti dentro le storie che racconta. Con lui sono stata ad Haifa (“La simmetria dei desideri”), nel New Jersey (“Soli e perduti”) e su quel campo da tennis. E adesso  sono pronta per un viaggio a Tel Aviv, nella palazzina a tre piani dove vivono i personaggi del suo ultimo libro (“Tre piani”, appunto).

“Io sono ancora pazzo di lei. E’ la verità. Ma devo ammettere che è sfiancante vivere con una donna che vuole sempre essere altrove”. (Tre piani)