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#labuonascuola: qualche consiglio da un vecchio film e da un nuovo libro

“Ricordo ancora quello sguardo miope che all’improvviso si accese d’interesse, e fu allora, per la prima volta, che scoprì che mi piaceva insegnare, e a un tratto mi resi conto che trasmettere abilità rende abili, che trasmettere intelligenza rende intelligenti, che trasmettere speranza aumenta la speranza. Cominciai a insegnare per questo: per togliere l’opaco dagli occhi dei miei alunni”.

Come avevo fatto a dimenticarmi di questo film? Me lo sono chiesto stamattina. “Auguri professore” è uno dei film più belli interpretati da quel gigante di Silvio Orlando. E’, tra i tanti film che parlano di scuola – da L’attimo fuggente a Io speriamo che me la cavo, passando per La scuola, Ovosodo, Ecce bombo, Notte prima degli esami e tutti gli altri che sto dimenticando – quello a cui sono più affezionata. So anche il perché, ma è difficile da spiegare: ha a che fare con il fatto che il film sia uscito nel 1997, con Michele Triglia che vuole vivere in uno stato di “brezza”, con l’ennesimo tema sulla funzione del dolore in Manzoni e Leopardi, con “Lettera a una professoressa”, con un liceo sperduto in “un paese che non cambia mai, con queste strade che non portano da nessuna parte”.

Le scuole non sono tutte uguali, e non parlo di liceo classico o scientifico. Parlo di scuole di città e scuole di provincia, della società in cui le scuole sono immerse, dei problemi che i loro studenti vivono ogni giorno dentro e fuori dalle aule. Più che sulla tradizione, i programmi scolastici dovrebbero essere basati sulle esigenze dei destinatari. E’ il solito trito e ritrito discorso di Jakobson sul mittente e il destinatario di un messaggio, perché cos’è in fondo insegnare se non comunicare?

A farmi tornare in mente il professor Vincenzo Lipari e la sua insubordinazione nei confronti della traccia sulla funzione del dolore in Manzoni e Leopardi è stato Mario Fillioley con il suo diario di un anno da insegnante in prova, “Lotta di classe” (di cui su IL Magazine potete leggere un intero capitolo).

“Lunedì abbiamo fatto il tema in classe. Avevo preparato tre tracce, ma quasi tutti hanno scelto la 2: ‘Ciao, sono il te stesso del futuro e ti scrivo direttamente dal 2035: certo che te ne sono successe di cose in questi anni. Se ti va di conoscerne qualcuna, scrivimi una mail a questo indirizzo: mestessotra20anni@futuro.net e chiedimi tutto quello che vuoi sapere’.”

Fillioley racconta il suo primo anno “di ruolo” a centinaia di chilometri dalla sua città, in una scuola dove i ragazzi ridono del suo accento siciliano e i genitori non vanno al ricevimento. Il suo è il diario di un professore in cerca di equilibrio: “non voglio essere uno che rimprovera la classe perché qualcuno ha lanciato una carta verso il cestino. Voglio essere uno che la stoppa col tacco, se la fa rimbalzare in mano e riscuote una standing ovation, con la classe che canta la canzone di Fedez. Però, ancor più di questo, voglio che durante la lezione a nessuno venga in mente di lanciare una carta verso il cestino”.