Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
ilsilenzio

Don’t tell my mum che me ne vado in montagna: il nuovo libro di @matteocaccia

Ci sono due cose che temo moltissimo: che mi restino pezzettini di brioche tra i denti quando vado a fare colazione fuori, e che mi rovescino un bicchiere addosso nei locali affollati. Sono successe entrambe nel giro di un mesetto, due anni fa, perché – come scriveva Cesare Pavese – “La cosa più segretamente temuta accade sempre”. La sera del bicchiere avevo una maglietta bianca ed ero andata a vedere Matteo Caccia e il mio amico Simone in Don’t tell my mum. Avevo prenotato un tavolo e avevo fatto bene, perché tantissimi altri erano rimasti in piedi, ché a questi genere di story show si sa che ognuno porta un amico che porta un amico e poi si sta stretti come sardine. Uno di quelli che il tavolo non l’aveva era inciampato nella mia sedia rovesciandomi addosso il cocktail e i cubetti di ghiaccio.

Fino a pochi giorni fa, se pensavo a Matteo Caccia, a me veniva in mente quella sera lì.

Poi nei giorni scorsi ho scoperto che Matteo Caccia ha appena pubblicato un libro, ed è un libro che parla di montagna e di lupi.  La prima cosa che ho pensato è stata: coraggioso a scrivere di montagna dopo Paolo Cognetti (che ha pubblicato “Le otto montagne” e le ha raccontate anche alla mia amica Francesca qui). La seconda cosa che ho pensato è stata: coraggioso a scrivere di lupi dopo Cormac McCarthy (che ha pubblicato “Oltre il confine”).

 “Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace”, ha scritto Cognetti, e “Sono salita qua sopra per togliermi. Lo capisci questo verbo: togliersi?” aveva scritto prima ancora Erri De Luca. E invece ultimamente mi pare che la montagna cominci a essere un luogo affollato. Perciò m’infastidiva quasi che anche Matteo Caccia avesse all’improvviso (?) voluto avventurarsi su quel sentiero.

A convincermi a comprare Il silenzio coprì le sue tracce è stata una frase stampata sulla quarta di copertina: “La favola del ritorno alla natura è una enorme cazzata inventata da chi non la conosce davvero”. Allora sì, allora così ho potuto perdonargli l’ardire di scrivere di lupi e di montagne e di altre cose “mie”, compresa l’emicrania.

“Ho cominciato a soffrire di emicrania i primi anni del liceo. Inizialmente mi bastava una pastiglia, poi due, e alla fine non funzionavano più. Il medico mi prescrisse qualcosa di più forte che funzionò per un paio d’anni, ma alla fine mi sono assuefatto anche a quella. Allora chiudevo tutto, spegnevo la luce e mi sdraiavo sul letto – mattine, pomeriggi: giorni interi.
Una volta mi sono infilato un paio di scarpe da ginnastica e sono uscito. Credevo che respirare un po’ d’aria fresca potesse alleviare il dolore. Corsi per dieci minuti. Era inverno ed era già buio. Nel parco c’era quell’odore di umido che sale da terra e che se non sei di ottimo umore ti deprime fino alla primavera successiva. Dietro casa c’erano un pezzo di verde e una stradina che girava intorno ai palazzi costruiti di recente.
Quando arrivai a metà del percorso mi fermai, convinto che stessi per sentirmi male. Il dolore alla testa era più forte, ma diverso da prima. Era un dolore vivo, come se il mio cervello avesse preso ad ansimare. Rientrai a casa e il caldo dell’appartamento mi stordì.
Mi sedetti sul divano e lentamente i muscoli cominciarono a rilassarsi e il mal di testa a svanire. Per qualche anno lo feci tutti i giorni.
C’è qualcosa di religioso nel decidere di prendere un’abitudine. Un po’ come si decide di svegliarsi tutte le mattine della propria vita con la stessa persona affianco o di andare tutte le domeniche in un luogo di preghiera.
Ora il dolore mi torna di rado, solo quando sono infelice”.