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Dargen D’Amico, il rapper che flirta con la musica classica

“Ho sempre avuto l’ambizione di portare il rap su una musica non urbana. Sembra una bestemmia, ma in fondo dalle bestemmie nascono nuove religioni”. Parlare con Dargen D’Amico è complicato: tu gli fai una domanda banale sul suo nuovo disco (“Variazioni”) e lui ti risponde parlando di religione, di ricerca e di contaminazioni. “Non è così strano che io abbia trovato Isabella Turso e abbia realizzato questo disco con lei: mi è sempre piaciuto flirtare con musiche diverse e non mi piace stare confinato in un genere. Senza contare che il rap è sempre stato in mutazione,  il rap si trasformai, il rap non è mai fermo”. Lui lo ha portato a giocare con la musica classica grazie al pianoforte di Isabella Turso: il risultato sono quattordici brani “meticci” come i cuccioli nati in canile: non sapresti dire di che razza fosse la loro mamma né con quale maschio si sia accoppiata, ma sai che sono bellissimi e vorresti portarteli tutti a casa.
“Dopo aver lavorato a questo disco sono una persona diversa – racconta – : venivo dal digitale, non avevo mai lavorato con musicisti ‘veri’. Ho scoperto che gli esseri umani che partecipano alla realizzazione di un disco ne modificano il risultato, ogni persona che suona anche solo una nota contribuisce a renderlo unico”.
Ma quanto coraggio ci vuole per un rapper a mettersi in gioco con la musica classica? “Non so se è coraggio o esigenza: io ho sempre visto l’altro come un arricchimento, non mi spaventa il diverso. Sono sempre stato alla ricerca di qualcosa. Sono persino alla ricerca di scoprire cosa cerco”.
Se gli chiedi di cosa parla il disco Dargen – che poi si chiama Jacopo – risponde che “ogni artista in verità scrive sempre la stessa canzone, con delle variazioni. Un po’ come le nostre giornate: sono tutte la stessa giornata, con piccole differenze”. E se gli domandi quanto ci sia di autobiografico nelle canzoni che scrive ti risponde che “non c’è niente di autobiografico nei testi autobiografici, scrivere è un lavoro di disorientamento. In realtà l’autobiografia è nell’orecchio di chi ascolta”.
Dargen riesce a spiazzarmi anche quando gli chiedo chi siano i suoi riferimenti musicali. Mi aspetto che citi qualche rapper americano, invece se ne esce con Enzo Jannacci, Lucio Dalla e Franco Battiato. Poi spiega: “Non ho avuto una figura paterna importante, ma ho avuto questi tre sacri mostri a colmare quel vuoto”. Che poi chissà se si colma davvero, ma questo non glielo chiedo.