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Quella volta che aspettammo invano Pantani e invece era meglio andare al mare (#giro100)

Venne fuori che in quei giorni di fine anno scolastico il Giro d’Italia sarebbe passato dalle nostre parti. Non che ci piacessero le biciclette, ma se vivi in un paese di “provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita” – come cantava Samuele Bersani in un disco uscito esattamente due giorni prima di quella tappa – andare a vedere passare la carovana fluorescente del Giro diventa un evento. Qualcosa da organizzare, qualcosa con cui occupare il tempo tra gli ultimi compiti in classe e le interrogazioni finali. Prima di tutto c’era da studiare il percorso, poi da fare la conta dei motorini.

Non eravamo tutti d’accordo: col caldo che fa e col mare che c’è, non sarebbe meglio andarcene in spiaggia?, chiedeva qualcuno e forse ero io.
A me il ciclismo non è mai piaciuto: le tappe in tv hanno sempre avuto su di me un effetto soporifero.
Ma c’era Pantani. Tutti volevano vedere Pantani.

Quel sabato partirono due carovane: una era quella del Giro, l’altra era quella dei miei amici.
La costiera amalfitana la conoscevamo bene: ci andavamo quando avevamo voglia di sentirci lontani da casa, bastavano dieci minuti per essere già in provincia di Salerno. Ci fosse stata una dogana, ci saremmo fatti timbrare il passaporto per dimostrare di essere dei giramondo.

Individuammo una curva dove i più esperti di noi giurarono che i ciclisti avrebbero dovuto rallentare così tanto che perfino quelli come me che non conoscevano alcun ciclista avrebbero potuto riconoscere Pantani, nel mucchio.

Lo aspettammo invano, alla nostra curva Pantani non ci arrivò: un gatto gli aveva tagliato la strada poco prima. Qualcuno disse “ve l’avevo detto che era meglio andare al mare!” e forse ero io.

Oggi riparte il Giro.

“Andare a vedere il ciclismo è una cosa che se ci pensi non ci credi. Stai sul bordo di una strada, aspetti, aspetti, poi ad un certo punto arrivano, come una ventata colorata, i ciclisti, e ti strisciano negli occhi. Se non sei sullo Stelvio è una faccenda di trenta secondi. Hai il tempo di dire arrivano e già li vedi di schiena. Vabbè che è gratis ma ammettere che è uno spettacolo paradossale. Eppure strade piene, quando passano quelli paesi interi usciti di casa a vedere e plaid sull’erba, thermos, radioline, giacche a vento e la rosea aperta alla pagina giusta per leggere i numeri dei ciclisti e sapere chi erano. Una festa”. (Alessandro Baricco, Barnum)