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Avere vent’anni (e vincere gli Internazionali di Tennis)

Se ne stava da qualche parte dentro la mia testa questo parallelismo tra Sascha Zverer e Andre Agassi, ma non me n’ero accorta. Per tirarla fuori è servito Gianni Clerici, che oggi con la solita eleganza che lo contraddistingue fa gli auguri al nuovo (giovane) “re di Roma” e gli consiglia di leggere “Open”.

Zverer ha vent’anni. Se hai vent’anni e giochi a tennis da quando ne avevi cinque, non è che tu abbia avuto molto tempo per altro. Né per leggere libri né per scoprire che magari – alto come sei – potresti diventare un campione nel basket. Sascha non ne ha avuto il tempo né l’opportunità: viene da una famiglia di “tennisti mancati”, ricorda Clerici, e ha un fratello maggiore a sua volta tennista. Mi pare di capire, leggendo le poche cose che si sanno di lui, che non abbia avuto molte alternative. C’era una sola strada possibile per lui. E a volte è un bene e a volte no, questa è una cosa che non ho mai capito.

Anche Andre Agassi non si è mai trovato davanti a nessun bivio: ha avuto davanti una sola strada, e l’ha percorsa odiandola.
«Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita…».

Sascha Zverer mi sta simpatico. E’ arrivato a Roma con un cagnolino nero e con l’aria di chi vince più per compiacere gli altri che per se stesso. Chissà se, all’aeroporto di Fiumicino, prima di imbarcarsi per Amburgo, ha seguito il consiglio di Clerici e ha comprato una copia di Open.