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La solitudine metropolitana di Milano e molto altro nel libro di Stella Pulpo

Quando, nell’estate del 2006, il mio stage romano fu dirottato su Milano, uno dei prof della scuola di giornalismo che frequentavo mi disse che in fondo era destino, visto il mio cognome. Come ogni volta che qualcosa va storto rispetto ai miei piani, in quei giorni mi venne una imbarazzante crisi di eruttazione continua dovuta allo stress. Il pensiero di un colloquio in quelle condizioni non alleviava certo la mia ansia, ciononostante “il treno io l’ho preso e ho fatto bene”, come dice Francesco De Gregori.
Avevo un amico fraterno che mi ospitava e quella frase latina (“nomen omen”) che mi ripetevo per convincermi che sarei stata bene. E così fu.
Milano è sempre stata casa mia, prim’ancora che ci arrivassi, ma questo l’ho scoperto dopo. A Milano non mi sono mai sentita abbandonata anche quando ero sola. Molto tempo dopo il mio arrivo, ho trovato in un libro edito da Sellerio un bel racconto in cui Giorgio Fontana descrive alla perfezione quello che mi ha fatto innamorare di questa città:

“Di Milano mi piaceva quello che non piaceva a nessuno: il volto scontroso, a volte brutale, ma sempre sincero. Il modo in cui potevi ignorarla, mentre lei faceva altrettanto con te. L’assoluta solitudine che potevi provare a volte, e la vertigine che questo ti dava”.

Ho sempre avuto la sensazione che il mio passare inosservata, il mio esserci-o-non-esserci-che-tanto-fa-lo-stesso, il mio essere trasparente mi proteggesse: se nessuno ti vede, nessuno ti può ferire. E Milano, per chi ha paura di soffrire, è un ottimo posto in cui nascondersi. Ci puoi passare anni e nessuno ti stanerà mai. Così tanti anni da sentirti a casa.
Conosco molte persone che non riescono ad amarla proprio per i motivi per cui invece l’amo io: perché non ti fa sentire sola anche quando lo sei.
Di questo – e di molto altro – parla anche il bel libro di Stella Pulpo, “Fai uno squillo quando arrivi”.

“Mi confessa quanto sia complesso per lui trovare una persona ‘normale’ con cui anche solo parlare. E io so esattamente a cosa si riferisce. Perché l’ho vissuto. Perché, anche se questa città ormai la amo, qui ho sperimentato delle forme di solitudine che non avrei pensato possibili. E’ la cosiddetta ‘solitudine metropolitana’, quella reale e sostanziale, quella per cui se hai un problema sono cazzi tuoi; se hai la febbre, ti copri e vai da sola a comprarti le medicine, o la carta igienica, se l’hai finita, che comunque anche con 39 di febbre il culo te lo devi pulire lo stesso; è quella solitudine in cui o ti salvi per i fatti tuoi o nessuno si prende la briga di farlo per te; è quella solitudine per cui sei solo anche se ogni sera hai una cena fuori o un aperitivo; la stessa per cui ogni mese qualcuno si ammazza lanciandosi in metropolitana: per esistere, almeno per un par d’ore, per gridare il proprio malessere a una collettività che l’ha programmaticamente ignorato. Non che qui siamo tutti cattivi e indifferenti. E’ che, semplicemente, funziona così: non rompermi i coglioni, che io non li rompo a te. Di qualunque cosa tu abbia bisogno, puoi trovare del validissimo aiuto, a pagamento. Del resto: lavoro-guadagno, pago-pretendo, giusto? That’s Milano. Non solo questo, ma anche questo”.

  • Alessandro Leveschi |

    Peccato signor Antonio che Milano è costituita per gran parte da cittadini italiani emigrati da altre regioni, quindi renda grazie a una città che, più che una croce, per tanti ha costituito un’opportunità

  • AntonioRDHB |

    Milano, motore economico d’Italia.
    Un’intera Nazione trainata da 2 milioni di persone che sembrano avere dentro qualcosa di indefinibilmente distorto e assai sgradevole.
    Davvero peccato che il motore d’Italia non sia stata Torino o Bologna.
    Ma ogni Nazione deve sopportare la propria croce e quindi accolliamoci rassegnatamente Milano e i Lombardi!

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