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Istruzioni per ritrovare la strada di casa quando hai lo smartphone scarico e sei a Roma

Qualche settimana fa ho avuto una disavventura: guidavo una Enjoy nel centro di Roma seguendo le istruzioni di Google Maps. Un occhio alla mappa, l’altro all’icona della batteria che da gialla diventava rossa. Il 10% di carica residua è durata il tempo di un semaforo, e in pochi minuti sono rimasta sola, dentro una Enjoy, nel bel mezzo di una città che non conosco, senza sapere come tornare a casa.

Ho provato a cercare nella memoria i nomi delle strade che vedo dal taxi quando arrivo la sera tardi, ho tentato di ricordare l’ordine dei monumenti che si susseguono lungo il tragitto. Ho ovviamente confuso chiese, palazzi, destra, sinistra, corsie preferenziali e strade senza uscita. E mi sono persa.

Il pensiero su “come faccio a chiudere il noleggio senza cellulare” – che pure aveva una certa importanza – era in quel momento del tutto secondario. Parcheggerò vicino casa lasciando l’auto in sosta (e continuando, ahimè, a pagare), ricaricherò lo smartphone e poi tornerò a chiudere la corsa, mi dicevo. Ma, prima di tutto, era necessario arrivare a casa. E io casa non sapevo dove fosse, e non sapevo nemmeno dove fossi io.

Avrei potuto chiedere informazioni ai passanti, ma quando sei in auto a Roma tra te e il passante che cammina sul marciapiede ci sono almeno 2 file di macchine parcheggiate. Avrei potuto chiedere aiuto all’automobilista fermo al semaforo accanto a me, ma si sa che i semafori sono sempre verdi quando si ha bisogno del rosso.

Alla fine mi ha soccorso un autobus. L’ho visto svoltare a un incrocio e ho sperato che fosse il 714. Il display posteriore era rotto e non si leggeva il numero, così ho dovuto superarlo per accertarmi che fosse effettivamente il 714, e poi farmi superare a mia volta per mettermici in scia e farmi condurre a casa.

Non conoscere le strade di una città ti fa sentire straniero e a disagio.  Hai come l’impressione che la città ti stia prendendo in giro, che goda a tenderti tranelli, a cambiare i sensi unici, e far comparire il Colosseo dal lato sbagliato cosicché tu perda il senso dell’orientamento e ti arrenda. E’ questo che penso: che Roma si diverta a costringerci a una resa. Assomiglia alla regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie: perfida e grottesca.

“Alice spiegò meglio che potè che aveva perso la sua strada. ‘Non capisco che cosa tu voglia dire a proposito della tua strada’, disse la regina. ‘Qui tutte le strade sono mie'”.

In un bel libro dal titolo “La Roma degli scrittori” Paolo Di Paolo spiega a Daniela Mazzoli più o meno la stessa cosa che Lewis Carroll fa dire alla regina.

“Dalla bellezza statica di cui Roma è piena, che è un retaggio lontano di bellezze senza fine, anche da quello attingi qualcosa, però non è lo spazio in cui sto. E’ uno spazio che a volte voglio sfiorare ma senza restarne prigioniero, perché spesso mi ritrovo per caso a piazza San Pietro, o su via dei Fori imperiali e lì mi sento ‘catturato’, non esiste margine di costruzione. Roma, come Firenze e come Venezia, hanno questo difetto che è anche la loro grandezza. Penso spesso, quando sono a piazza Venezia, che quella sovrapposizione di epoche è abbastanza unica, la compresenza di tanti periodi storici con la loro componente specifica di bellezza, tutte insieme. Ti giri su te stesso, fai trecentosessanta gradi, e vedi da una parte via dei Fori imperiali che attiene all’epoca fascista e ripristina un’architettura più o meno ideale, in fondo vedi il Colosseo, da una parte e dall’altra le rovine del Foro d’Augusto e di Traiano, poi quella specie di macchina da scrivere che è il Vittoriano, il palazzo rinascimentale, legato alla storia di Mussolini, e poi i palazzi umbertini di via del Corso e via del Plebiscito: quindi tutti insieme, tollerandosi, coesistendo. Ma in questa strana somma di passati, mi chiedo, qual è lo spazio per il futuro? In città più recenti le cose vengono anche cancellate per far esistere altro di nuovo, ma qui al massimo vedi il cantiere della metro C fermo perché sotto c’è qualcosa che blocca i lavori. Il passato ti prende per la camicia e ti dice ‘Dove pensi di andare? Cosa vuoi fare?’. Questo lo percepisci, sei un ostaggio”.