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Con quella faccia un po’ così: da Milan

La prima che ho visto era quella di mio padre. Era una faccia scura e squadrata. Non mi piaceva un granché: non mi piaceva il suo naso né la forma degli occhi. Non volevo assomigliargli e per questo sono diventata interista. Gli occhi e il naso non potevo cambiarli, ma la fede calcistica sì.
Mio padre ha la faccia da Milan. Qualsiasi cosa significhi, ce l’ha.

Succede, nella vita, all’improvviso di guardare le cose da un’altra prospettiva: quando sei figlio è quasi divertente contraddire un genitore (“devo dirti ‘no’ e tu andarmi contro”, canta Roberto Vecchioni descrivendo magistralmente il rapporto genitore-figlio). Quando però cresci e vedi quella tristezza negli occhi dei padri costretti ad acquistare per i loro bambini maglie di altri colori, pensi a quanto sarebbe più bello e facile se la squadra del cuore si potesse trasmettere attraverso il Dna come la forma del naso.

Invece (con qualche rara eccezione, tipo i Maldini) è molto frequente il “salto generazionale”: nonni milanisti, padri interisti, figli milanisti (o viceversa). Uno psicologo bravo saprebbe spiegarci il motivo, io mi limito ad osservare questo fenomeno dal settore 266 del secondo anello arancio di San Siro. Che, a proposito, da oggi mi ripropongo di chiamare più spesso “Stadio Giuseppe Meazza”, ed ecco perché:

“Nel quartiere San Siro, nel 1926, il Milan – durante la presidenza di Piero Pirelli – fece costruire il suo stadio. Nel 1935 l’impianto fu acquistato dal Comune di Milano, che da allora iniziò a infliggerci afflizioni che abbiamo stoicamente sopportato come dei martiri: nel 1947 ci venne rifilata la seconda squadra di Milano, quella coi colori da funerale, che fino ad allora aveva giocato all’Arena; nel 1980 uno dei tanti (troppi) sindaci di fede piangina decretò che venisse intitolato a un giocatore storico di tale squadra, e qualche anno dopo persino il piazzale su cui sorge fu intitolato al loro presidente Angelo Moratti. Ma possono chiamarlo ‘Giuseppe Meazza’ quanto vogliono. Il suo vero nome è San Siro. Ha un nome mitico, in tutti i sensi. Ed è casa nostra”.

A scrivere è – ovviamente – un milanista, anzi sei: sono quelli di ComunqueMilan, il sito dedicato alla squadra milanese a cui è capitato di giocare in serie B.
Nonostante questo, devo ammettere che “Facce da Milan” è davvero un bel libro: ci trovi dentro il ritratto di Gianni Rivera e il racconto di Rino Gattuso, la “nascita” di Peo Pericoli e la genialità di Enzo Jannacci, l’ironia di Diego Abatantuono e la giovinezza di Gigio Donnarumma. Facce vecchie e facce nuove, ma tutte facce da Milan. Il fatto che io stia qui a scriverne mentre dentro il mio portafogli giaccia la tessera nerazzurra dovrebbe essere una garanzia del fatto che si tratta di un libro formidabile per tutti gli appassionati di calcio. Ma se vi servissero altre prove, eccone un piccolo assaggio:

“Difendere.
Sì, va bene, ma difendere cosa?
Difendere la causa, forse l’idea. Difendere la propria timidezza, le proprie difficoltà, la fatica nel parlare agli altri. Difendere il lavoro degli altri, ciò che hanno creato i geni e gli inventori e i geometri e i colossi e gli astuti là davanti che segnano gol. Difendere la tua gente, tutti quelli che nel momento dell’incertezza ti cercano con lo sguardo, e vogliono sapere che tu non tremi, anzi a battere il primo rigore ci vai tu: il capitano non tiene mai paura. Anche se venti giorni fa il capitano è stato operato: non fa niente, la Patria chiama, dentro, per la battaglia finale, centoventi minuti con quaranta gradi.
Guarda i muscoli del capitano. Guardalo nella notte che viene, quanto sangue nelle vene.
A volte, se le cose non vanno, invece di difendere ti spingi al largo, corri avanti a dare la carica, col pubblico che capisce subito perché lo stai facendo: stai suonando la carica per i tuoi, e vuoi vedere il dubbio, il timore reverenziale negli avversari, ricordare loro che questo è San Siro, e in campo c’è il Milan, e la ricreazione è finita. E quando tu vieni avanti, non sei più solo quello che è diventato capitano a 22 anni. Sei Carlo Magno, sei Agamennone, sei Francesco Sforza duca di Milano, sei Cesare che cavalca alla testa dei suoi per riaccendere la fiamma che hanno dentro. Lo stadio impazzisce, quando lo fai. Anche se non stai veramente attaccando.
Attaccare? Oh, quello non ti è mai riuscito bene. Forse non ti è mai importato davvero. Non fa parte di te. Non sei nato per conquistare ma per proteggere, per conservare quel poco che hai avuto da bambino, prima che i tuoi genitori morissero, e quell’espressione perennemente sofferta ti si stampasse in faccia. Quel senso del limite, come quando col tuo primo premio scudetto – quello avuto grazie alle insistenze del vecchio capitano con la erre moscia e il numero 10 – ti sei comprato una Golf grigia e hai messo da parte il resto. ‘Sono ragazzini, gli danno un sacco di soldi, è ovvio che sbarellano’. Non sempre, gente. Non sempre. (certo che però, in effetti…una Golf grigia, Gesù).” 

(P.S. Grazie al collega Alberto Annicchiarico per avermi passato questo libro)