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Facciamo un gioco: quale libro avete comprato dopo aver letto “Vite che sono la tua” di Paolo Di Paolo?

Riesco a immaginare poche cose più crudeli dello scegliere 27 libri – solo 27 – e di etichettarli come “vite che sono la tua”. Paolo Di Paolo però è un ragazzo coraggioso, evidentemente. Si è messo lì, dentro l’anno dei suoi 34 anni, e ha scelto. Scegliere è difficilissimo. Scegliere è ingiusto, crudele, sbagliato. Necessario.
Me lo immagino nella sua casa piena di libri, seduto per terra a comporre torri di carta: quella dei testi da scartare, quella dei “tu sicuramente sì”, quella dei “mi eri piaciuto ma forse c’è di meglio”. Alla fine, in un modo o nell’altro, è riuscito a comporre il suo elenco dei 27 libri. Ventisette come gli anni trascorsi da lettore.

Se per lui selezionarne solo alcuni dev’essere stato un esercizio di sottrazione faticosissimo, anche per chi ha letto “Vite che sono la tua” c’è un test non da meno: quale libro avete comprato dopo aver terminato quello di Paolo Di Paolo? Quale dei suoi capitoli vi ha colpito così tanto da spingervi a dire: “Come ho fatto finora a sopravvivere senza aver letto quel libro, quel libro che parla della mia vita?”.

C’è da ringraziare questo giovane scrittore romano per averci fatto scoprire – o in alcuni casi riscoprire – pezzi delle nostre vite finiti a nostra insaputa dentro qualche libro che ignoravamo, o che avevamo letto frettolosamente, o che avevamo abbandonato sul comodino o perso in un trasloco.

Il test, dicevamo: quale libro siete corsi a comprare? Io ho ordinato su Amazon “Colazione da Tiffany” e ho scoperto:
a) che non esiste la versione ebook;
b) che Holiday Golightly assomiglia più a me che a Audrey Hepburn.

La cosa incredibile – la magia – è che la descrizione del libro di Truman Capote che Paolo Di Paolo fa è persino più precisa del libro stesso.
“Se mai siete stati innamorati di un essere umano fatto così, potete capire. E ricordare, semmai, lo strano vuoto che lascia quando se ne va, quando sparisce – senza un motivo preciso – dalla nostra vita. Ovviamente, non può che andare così: perché bisogna che restino sulle mani una specie di polverina d’oro e un bel po’ di ricordi. Con tutto questo, Capote costruisce il suo racconto, nascondendo dietro un tono quasi frivolo una impressionante maestria, un talento non comune per i dettagli. Holly che, nonostante l’abito nero e la collana di perle, resta una ragazza acqua e sapone che tutte le mattine a colazione mangia cereali”.

Chiaramente, non è il tubino nero che la fa assomigliare a me, quanto invece “una certa incapacità di vedere lo strapiombo di fianco al sentiero” e – naturalmente – “la sfiancante ricerca di un luogo che ci assomigli e ci acquieti”.

Mi piacerebbe giocare a indovinare quale libro hanno comprato le persone a cui ho regalato e regalerò “Vite che sono la tua”, provare a vedere se ho capito a quale libro assomigliano e – soprattutto – se loro stessi si sono resi conto di assomigliargli.