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Foto tratta da: //todas-las-tribus-urbanas.blogspot.it

Indie, mica di nicchia

Il confine dell’indie è una linea in movimento: la tracci e un attimo dopo lei si è già spostata un pochino più in là. Etichettare la musica di oggi è un lavoro complicato, soprattutto perché a nessuno piace essere messo in una categoria. Eppure, nei negozi di dischi come nelle playlist di Spotify, le etichette esistono e servono per orientarsi, come le stelle. E allora, tracciando la rotta che parte da Le luci della centrale elettrica e arriva fino a TheGiornalisti – passando per Calcutta, DenteBrunori Sas e I Cani – si fa un viaggio nella musica italiana degli ultimi anni e si scopre che i cantautori di oggi avranno anche nomi bizzarri, ma non hanno niente da invidiare a quelli di ieri.

Quando, quasi dieci anni fa, Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) pubblicò il suo primo disco, “Canzoni da spiaggia deturpata”, tra i suoi tanti versi ermetici c’era una domanda esistenziale: “Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”. In quel quesito c’erano, insieme, i due temi forti dei  millennials: la fine delle ideologie (“I partiti che sono scatole vuote”, cantano infatti gli Ex Otago in “I giovani d’oggi) e il precariato che allontana la stabilità economica, e non solo quella (“Lavoro otto ore, faccio fotocopie, dalla finestra vedo passare le coppie, che si baciano mentre io faccio altre fotocopie”, raccontava Mattia Barro nell’inno degli stagisti, “Avere ventanni”).

In quel verso di Brondi urlato con rabbia, senza alcuna attenzione all’intonazione, migliaia di ragazzi si sono riconosciuti e hanno ritrovato – dopo molti anni di canzonette pop – un valore sociale nella musica. È questo che, negli ultimi tempi fa fatto la musica indie: descrivere la società raccontando piccole storie, come quelle che si trovano nei dischi di Dario Brunori, da “Paolo non lo sa per chi voterà, sa soltanto che vuole una moglie”; al giovane Mario che “voleva esser milionario, perciò spendeva quasi tutto il suo salario in gratta e vinci e slot machine”. 

È una musica “domestica” e non solo perché in molti casi nasce nelle camererette e non nelle sale d’incisione (“Theme from the cameretta” è un brano strumentale de I Cani, il progetto musicale di Niccolò Contessa): l’indie è il buco della serratura attraverso cui spiare l’intimità delle nuove generazioni, le loro cucine disordinate (“non ho lavato i piatti con lo Svelto e questa è la mia libertà”, come canta Calcutta); i loro bagni (“c’è bisogno di una donna per rendere la casa felice, c’è bisogno di uno specchio che quello che c’è in bagno fa schifo”, TheGiornalisti); i loro salotti arredati in stile low cost svedese (“Casa mia è piena di cose piccole che si perdono facilmente  ma quando avrò finito le mensole ti chiamerò”, Lo stato sociale).

Detta così sembra facile, e forse anche per questo il sottobosco della musica indipendente si è rapidamente riempito di nomi e volti. Più nomi che volti, per la verità: in questo ambiente va abbastanza di moda non esporsi, come ha fatto Niccolò Contessa, che per un po’ di tempo ha nascosto la sua testa dentro un sacchetto di carta, o Gazzelle, che sui social modifica tutte le sue foto per non farsi riconoscere, o ancora Liberato, di cui ancora oggi s’ignora l’identità. Ma non tutti arrivano al secondo disco.

L’errore è stato credere che indie fosse sinonimo di “nicchia”: quest’idea è andata in crisi quando Levante è arrivata al banco dei giudici di X Factor, il talent show più seguito d’Italia; quando Dario Brunori ha ricevuto (e accettato) la proposta di condurre un programma su Rai Tre; o quando Tommaso Paradiso e i suoi TheGiornalisti hanno riempito i palazzetti dello sport e vinto dischi d’oro e di platino. Aver aggiunto uno zero al numero di spettatori dei concerti ha spostato il confine dell’indie. Che diventa mainstream. Ma resta pur sempre indie. Con la consapevolezza che non bisogna prendersi troppo sul serio, come fa Dente: “Scrivo una canzoncina tutta per te, vera come le mie lacrime ma non ti preoccupare, non le sentirà nessuno: i cantautori non vendono più”.

(Questo articolo è stato pubblicato su La Domenica del 21 gennaio 2018)