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Il freddo, questo sconosciuto

A un certo punto, nel libro di Roberto Casati, arriva il freddo. Non il campione di neve di cui parlano le prime righe, – diventato acqua e poi ghiaccio – e conservato in frigorifero. Intendo il freddo vero. Quello promesso dal titolo, “La lezione del freddo”. Quello che sta per scomparire dalla terra a causa del cambiamento climatico. Lo aspetti, quel freddo annunciato da Casati, senza conoscerlo, senza averlo mai sentito. E pagina dopo pagina, nel suo diario dal New Hampshire iniziano a passare le settimane e la fine dell’estate si trasforma presto nell’autunno e l’autunno ti lascia giusto il tempo per spaccare la legna e accatastarla. E poi, rapidamente, tutto viene ricoperto di neve.

Il diario della famiglia Casati non è nient’altro che questo: il racconto di come si sta, per una stagione intera, in mezzo a tutto quel bianco. E’ una cosa apparentemente facile da immaginare, ma poi viverla è tutta un’altra storia.

“La nevicata occasionale di città ci lascia perplessi e sognanti. Certo, andiamo a sciare o a far passeggiate sulla neve, e ci ritroviamo la sera nelle taverne di legno degli alberghi alpini a godere del tepore del camino. Ma si tratta di aneddoti, di freddo turistico”.  

Così Roberto Casati ci mette subito a posto: voi che adorate la montagna, la neve. Voi che godete del vento gelido che taglia la faccia. Voi che dite di amare il freddo: voi, il freddo, non lo conoscete.

Casati ha ragione. Noi, quel freddo, non lo conosciamo. L’unica esperienza di freddo che pochi di noi hanno è limitata a qualche viaggio avventuroso verso Nord, macchina fotografica penzolante al collo per cogliere ogni sfumatura dell’azzurro di cui sono striati gli iceberg che galleggiano qua e là e sembrano mettersi in posa come animali allo zoo.

“Voglio esplorare il freddo banale, snidarlo prima che scompaia dal nostro orizzonte, portare una testimonianza che potrà anche venir interpretata come un appello a tenercelo stretto. Non sono un glaciologo o un alpinista invernale. Non mi curo del freddo degli estremi, il gelo inospitale e inaccessibile della notte polare o dei seimila metri di quota. Voglio parlare di un freddo quotidiano di persone che mi assomigliano, vanno al lavoro in auto e non con una slitta trainata da cani, vivono in case con soggiorno e balcone e non nelle basi antartiche”.  

Nelle nostre vacanze nordiche non c’è traccia di pale da neve né di assi per proteggere gli arbusti né di supermercati svaligiati da famiglie intente a far provviste prima che la neve impedisca loro di uscire per chissà quanti giorni.

Noialtri siamo turisti del freddo, primatisti di lancio di palle di neve, vincitori di gare di selfie con sfondo bianco, campioni di abbellimento di pupazzi di neve, coreografi di voli dell’angelo impressi sullo strato di neve fresca.

Casati, invece, ha conosciuto il freddo quotidiano e domestico, quello che diventa un componente della famiglia con cui fare i conti ogni giorno, alla pari del cane, e lo racconta con l’entusiasmo di chi sa di stare vivendo qualcosa di straordinario (nel senso di estraneo alla sua vita ordinaria impostata su temperature che raramente scendono sotto zero); qualcosa che finirà, perché poi arriva la primavera ma ancora più banalmente perché l’anno accademico a un certo punto finisce, e si torna a casa. Con un barattolino cilindrico di neve in valigia, diventata acqua e poi di nuovo ghiaccio e conservata ancora oggi in frigorifero come testimonianza di un freddo che nessuno di noi ha mai sentito.

P.S. Per chi invece ama il freddo estremo, alla Triennale dall’8 febbraio c’è la mostra “Artico. Ultima Frontiera“, con fotografie di paesaggi e abitanti di Groenlandia, Islanda e Siberia, scattate da tre maestri della fotografia di reportage: Ragnar Axelsson, Carsten Egevang e Paolo Solari Bozzi.