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“Questa è una storia vera, per come la ricordo io”

Del 2005 – passato a Roma – io mi ricordo solo pioggia, autobus in ritardo, mal di testa e sonno. Siccome  Anna Oxa (e Lucio Battisti, di cui non sono mai stata una grande fan ma questo non c’entra) avevano torto e non è affatto “facile incontrarsi anche in una grande città”, io e Daniele non ci siamo mai visti in quell’anno, pur abitando entrambi nella Capitale. Vivere nello stesso posto genera gli stessi ricordi? No, evidentemente, visto che lui ha solo ricordi di una Roma assolata in cui si pranza fuori a febbraio in maniche di camicia.

Il punto è che i ricordi non sono oggettivi e ognuno di noi si sforza “perché sia vera a tutti i costi la mia versione dei ricordi”, come canta Francesco Gabbani nella canzone che qualche mese fa ha iniziato a farmi riflettere su questo concetto. In effetti io non avevo mai pensato al fatto che le cose non sono andate necessariamente come le ricordiamo. Eppure quello che ricordiamo (e quello che sentiamo) è per ognuno di noi l’unica cosa che conta, l’unica versione possibile.

E allora per me Roma sarà sempre l’umida e inospitale città che mi ha reso faticoso e solitario l’inverno del 2005: i cieli limpidi e le maniche di camicia arrotolate e i pranzi all’aperto io non me li ricordo, e quindi non sono mai esistiti.

“Questa è una storia vera, per come la ricordo io” è la prima frase del libro di Ilaria Bernardini, “Faremo foresta”. E’ un libro bellissimo, nel senso che ha una bellissima copertina, il che non sempre è un vantaggio per un libro, perché la bellezza estetica lo rende un oggetto, un complemento d’arredo, un soprammobile da tenere il libreria, chiuso. Invece se lo aprite – apritelo! – vi imbattete subito in questa frase che è spiazzante nella sua sincerità. E’ una forma di resa, una bandiera bianca sventolata, un’ammissione di fallibilità. La mia versione dei ricordi, il mio punto di vista, la mia storia. Nient’altro è mai esistito se non quello che ricordiamo, per come lo ricordiamo.

Allora, partendo da questo presupposto, a ogni pagina viene da chiedersi se Anna – la protagonista – sia stata davvero così tempestiva nel chiamare l’ambulanza il “giorno del disastro”, quando Maria si è sentita male, o se è solamente lei che ricorda di esserlo stata; e se lei e suo marito siano davvero stati così bravi e adulti e civili da lasciarsi come si sono lasciati, o se questo è il ricordo che lei ha costruito nella sua mente e cerca di proiettare anche nella mente del figlio Nico; e se davvero sia possibile costruire famiglie come se fossero foreste popolate da tantissimi alberi che si vivono accanto trovando ognuno il proprio spazio vitale, o se è invece passiamo la vita a “convincermi ch’è vera a tutti i costi la mia versione dei ricordi”.