Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
cattura

Quando ho scoperto chi era Aldo Moro

Era il 1994: presto avrei avuto il motorino ma non ancora. Nell’attesa prendevo l’autobus, mi vestivo male e coloravo striscioni per le manifestazioni studentesche. Rosa Russo Iervolino era il ministro dell’Istruzione contro la quale urlavamo dalle strade della provincia, come se la nostra voce potesse arrivare fino a viale Trastevere, a Roma. In realtà non protestavamo per non-mi-ricordo-più-nemmeno-quale riforma dell’istruzione; il nostro problema era che non funzionavano i riscaldamenti nelle aule. La politica, in un piccolo paese, si riduce a queste cose qui.

Un giorno sull’autobus ho conosciuto Pietro. Portava ancora l’apparecchio ai denti ma assomigliava già a Jovanotti. Abbiamo fatto amicizia perché condividevamo la stessa fermata e quello ci era bastato per sentirci in qualche modo vicini, affini, simili. Non saprei dire, adesso, se simili lo eravamo già o se lo siamo diventati a forza di pomeriggi passati insieme ad ascoltare musica e a chiederci come saremmo diventati da grandi.

Intanto, quell’anno a diventare grande era stato Jovanotti: sulla copertina di “Lorenzo 1994” non era più il simpatico cazzone di “Io non m’annoio” ma un malinconico e pensieroso 28enne in bianco e nero, il che gli conferiva ancora più fascino.

Di quel disco mi ricordo che era lunghissimo (18 tracce), che iniziavamo ad ascoltarlo sempre dall’inizio e che difficilmente riuscivamo ad arrivare in fondo perché c’era sempre una versione di latino da finire, una partita di calcetto da giocare, un coprifuoco da rispettare. Tra le ultime canzoni di quel disco c’era “Mario”. E “Mario” è quando io ho scoperto chi era Aldo Moro. L’ho scoperto indirettamente, perché la canzone non parlava dei funerali del presidente della Democrazia Cristiana ma di quelli degli uomini della sua scorta.

Il sentimento che provavo aveva a che fare con l’egoismo e l’insofferenza: di quella vicenda – di quella canzone – io ricordo soprattutto la frase “e mio padre Mario mi diceva: quando avrai un po’ più anni potrai dire io c’ero ai funerali degli agenti della scorta di Moro”. Chiusa nell’egoismo di una quattordicenne, riuscivo a pensare soltanto che a me, che vivevo in un piccolo paese di provincia, non sarebbe mai potuto accadere di assistere a un funerale di Stato, a “una specie di festa al contrario”.

Da noi non arrivava l’onda del movimento studentesco nazionale che occupava i licei, noi al massimo avevamo il problema dei termosifoni spenti. Da noi non si celebrava alcun funerale senza “un morto parente, neanche un conoscente”. Da noi i morti erano sempre i nonni di un amico o di un amico di un amico, o se ti andava male il nonno era il tuo. La politica, in provincia, era un’eco lontana. Pensavo, allora, di starmi perdendo la possibilità di partecipare a qualcosa di collettivo, di importante, di storico.

Qualche giorno fa su Sbam (il diario di viaggio che accompagna l’ultimo disco di Jovanotti) ho letto una frase di Vasco Brondi che mi ha fatto riflettere: “Ho avuto la fortuna di crescere in un posto in cui mi annoiavo moltissimo: un posto che non faceva niente per intrattenermi, per riempirmi le giornate e il tempo, che mi ha lasciato lo spazio per le mie scoperte”. Sono ancora arrabbiata con la provincia per le occasioni che non mi ha offerto, ma forse le sono anche un pochino grata per quei pomeriggi pieni di nulla in cui mi dato nient’altro che un disco da ascoltare: Lorenzo 1994, traccia n. 17.