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“Scrivere è come avere le mutande a posto” e altre cose sui libri che ho imparato da Annalena Benini

“In ogni libro si apre una nuova porta verso un altro libro”. Senza saperlo, sono arrivata davanti a questa frase proprio attraverso quella porta. Avevo appena finito “Autobiografia erotica di Aristide Gambìa” di Domenico Starnone – letto in un’andata e un ritorno tra Milano e Roma, un paio di pomeriggi di solitudine, di quelli in cui ti serve un libro pieno di casini per non pensare ai casini tuoi, e una domenica al parco col cane – e dopo l’ultima pagina m’era rimasta dentro quella tristezza che si prova nel salutare un amico, quando vorresti dirgli “resta ancora un attimo” ma lui invece deve proprio scappare.

Avevo ancora voglia di leggere Starnone, o forse di Starnone, e così l’ho cercato nel libro di Annalena Benini, “La scrittura o la vita”. E dentro – nell’intervista che lo scrittore ha rilasciato alla giornalista del Foglio – ci ho trovato quella frase sulla porta attraverso la quale passiamo da un libro a un altro, e io quella porta l’avevo appena passata.

I libri sono così, un po’ medicina e un po’ magia, e gli scrittori sono un po’ dottori e un po’ stregoni. Allora mi sono detta che intervistare uno scrittore non dev’essere affatto facile: te ne stai lì facendo lunghi giri di parole per cercare di descrivere le emozioni che i suoi libri ti hanno innescato, un po’ come quando dal medico cerchi di descrivere i sintomi del tuo malessere ma fatichi a decidere se definire quello che senti come una “fitta” o un “dolore pungente”, usi frasi contorte per cercare i termini più precisi e alla fine lui ti ferma e dice solo una parola, ma precisissima, e tu capisci che ha capito e ti senti finalmente al sicuro.

Gli scrittori questo fanno: danno nome al disordine delle nostre vite, rilasciano la diagnosi del casino che abbiamo dentro. Annalena Benini è andata da dieci di loro e gli ha chiesto, più o meno: “Che cos’abbiamo, noitutti? Noi che sentiamo questo vuoto qui dentro, dal lato del cuore ma un po’ più in basso? Che cos’è questo sconquasso nella testa? E’ grave, dottò?”. E loro, serafici, si sono messi lì a dirle – e a dirci – con parole esatte che cos’è.

P.S. La citazione del titolo di questo post è tratta dall’intervista a Sandro Veronesi, contenuta nel libro “La scrittura o la vita”.