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Perché il libro di Paolo Giordano mi ha fatto pensare a Cesare Pavese

“L’avventura che volevo era con te”. A pagina 395, dopo questa frase, ho chiuso per un po’ il libro di Paolo Giordano (“Divorare il cielo”, Einaudi). Chiuderlo era il mio modo di dissentire, di oppormi, di manifestare a Bern – il personaggio inventato dallo scrittore torinese – tutto il mio astio. L’astio è il solo sentimento che si può provare nei confronti di quel ragazzo che prende la sua piccola felicità quotidiana e la sacrifica in nome di un ideale.

Solo arrivata a pagina 395 mi è tornata in mente una delle frasi più belle di Cesare Pavese: “Non chiedevo la pace nel mondo, chiedevo la mia”. L’altruismo contro l’egoismo, l’eterna lotta di tutti i giorni.

Bern chiede la pace nel mondo, ma in punto di morte (spoiler) grida a Teresa “Non era questa l’avventura che volevo, Teresa. L’avventura che volevo era con te”. Brutto stronzo, ti dici allora, ce l’avevi lì, tra gli ulivi, il leccio, il muretto a secco e la masseria. Ce l’avevi lì ogni mattina al risveglio, ce l’avevi e l’hai buttata via. Succede sempre così, nei libri come nella vita.

Il romanzo di Paolo Giordano è questa storia qua, la storia di tutti noi combattuti tra salvare il mondo e salvare noi stessi. Noi che ci accorgiamo troppo tardi quello che conta davvero, noi che rincorriamo la felicità fino in Islanda ma poi sentiamo nostalgia del posto dal quale siamo fuggiti. Perché “sono fuggito dalla tua mano verso a tua mano”, dice Bern a Teresa.

Ma è proprio necessario fuggire per accorgersi che abbiamo voglia di tornare al punto di partenza? Forse sì, sembra dirci Paolo Giordano in questo romanzo che hai voglia di lanciare contro il muro per la rabbia, che divori pagina dopo pagina in attesa del lieto fine sapendo benissimo che in nessuna vita – nemmeno in quella dei personaggi dei libri – può esserci un lieto fine.