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Il delitto dell’estate: qualcuno ha rubato ai bambini di 10 anni la possibilità di avere un bel ricordo dei #Mondiali. @marcobellinazzo svela i colpevoli

Di quel mese io ricordo l’aglio appoggiato sopra il televisore per scaramanzia. Ce lo metteva mio zio Gigi, regista delle nostre estati di famiglia che in occasioni come quella diventavano commedie teatrali dal copione perfetto nei minimi dettagli: a inizio giugno aveva già comprato bandiere azzurre per tutti, assegnato i posti in salotto, costretto tutti a imparare a memoria la canzone “Notti magiche” e deciso che quel Mondiale ce lo saremmo ricordati per sempre.

Non era solo calcio, è ovvio: era una bolla di allegria sospesa tra tutti i rancori e i non detti su cui le famiglie – e la mia non faceva eccezione – fondano il loro precario equilibrio. Sarebbe durato ancora dieci anni, ma in quel giugno del 1990 nessuno di noi avrebbe scommesso sulla sua fine.

Avere dieci anni nell’anno dei Mondiali è una cosa che non si dimentica, come non si dimentica la speranza nascosta che la partita con l’Argentina arrivasse ai supplementari e poi ai rigori: non era masochismo, era il desiderio che quella sera durasse per sempre, o almeno il più possibile.

Alcuni giorni fa è stato il compleanno di Rocco ma al Mondiale dei suoi dieci anni l’Italia non ci sarà. Vorrei dire a Tavecchio, a Ventura, a Buffon, a De Rossi e a tutti quelli che hanno una piccola responsabilità in quest’assenza, che hanno commesso il crimine di derubare una generazione di un ricordo insostituibile. Quattro anni fa erano ancora troppo piccoli per cogliere in quel rito collettivo che è la visione delle partite qualcosa di magico, e tra quattro anni il mese di giugno lo trascorreranno con gli amici davanti a qualche maxischermo allestito in una piazza o in un bar. Questa era la loro occasione per vivere assieme alle loro famiglie un viaggio dentro la bolla di allegria.

Come glielo spieghi, ai bambini coetanei di Rocco, perché il calcio italiano ha deciso di privarli di un’esperienza unica? La risposta sta tutta nel libro di Marco Bellinazzo, “La fine del calcio italiano. Perché siamo fuori dai Mondiali e come possiamo tornarci da protagonisti”, edito da Feltrinelli. Con la sua grande competenza Marco – con il quale ho diviso per tanti anni la stanza, le confidenze e l’odio per la Juve – è riuscito a ricostruire il processo (lento ma costante) di demolizione dello sport nazionale, senza fare sconti a nessuno.

“Quella che si descrive in queste pagine – scrive nella premessa – non è la cronaca di un suicidio, bensì di un omicidio, con esecutori e mandanti dal nitido identikit”.

Siccome non si svela il colpevole così come non si dice il risultato di una partita a chi magari l’ha registrata e vuole guardarla sperando fino al 90esimo, non rivelerò la tesi di Marco Bellinazzo né i suoi metodi di indagine. Ma una cosa posso dirla: se conoscete un bambino a cui dovete spiegare chi gli ha rubato il Mondiale dei suoi dieci anni, questa estate leggete “La fine del calcio italiano”.

“Io non so se è il caso di farlo questo libro”, esordisco. E in quel momento, solo in quel momento, mi accorgo che ho davanti il Maestro. Brera mi scruta dal profondo di occhi quasi liquidi senza profferire verbo. Capisco che devo argomentare le mie perplessità in qualche maniera. “Cioè, io lo vorrei pure scrivere, ma non so come scriverlo”. E mentre completo questa frase ne sono già pentito. Ho lo stesso horror vacui di quando ero interrogato in matematica sulle derivate dalla professoressa Viola. (…) “Lei cosa farebbe? Lo scriverebbe?”, mi rivolgo al Maestro, come in una supplica. “Lei cosa vuole che le dica?”
(tratto da “La fine del calcio. Perché siamo fuori dai Mondiali e come possiamo tornarci da protagonisti”, Feltrinelli)