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Confessioni di un fotoreporter

Negli ultimi dieci anni, quando volevo sapere dove fosse finito Pietro, mi chiedevo “dov’è che c’è una guerra in corso?”. È il suo modo di farsi domande, quello di andare a cercare le risposte nelle zone di conflitto. E le fotografie sono il modo in cui racconta quello che si trova davanti agli occhi, ma anche quello che c’è dietro a ogni guerra: dolore, miseria, distruzione. Ma anche un forte senso di attaccamento alla vita. Questa conversazione nasce in un pomeriggio passato insieme a ripercorrere attraverso le immagini a cui è più legato questi dieci anni sulle front line del mondo.
Le fotografie di Pietro Masturzo sono esposte a Gressoney, e la mostra resta aperta fino a domenica 16 settembre. Se passate da quelle parti, dal 14 al 16 settembre c’è il Premio Subito, dove come ogni anno è #meglioesserci.
Che cosa significa, oggi, essere un fotoreporter di guerra?
pietro-masturzo-e-roberto-fanari-628x353Ai piedi del mio letto c’è la fotografia di questo miliziano, è appoggiata lì dall’ultimo trasloco. Mi guarda ogni mattina, e ogni mattina mi ricorda quella sensazione di incertezza che ho provato quando, in Libia nel 2011, ho coperto per la prima volta una guerra. Stavo in mezzo a questi soldati improvvisati, uomini in ciabatte che imbracciavano armi trovate chissà dove e arrivate da un’altra epoca, da un altro conflitto. Quel miliziano aveva attirato la mia attenzione perché mi sembrava fuori luogo, pareva un aviatore della Prima Guerra Mondiale catapultato in mezzo al deserto libico con un elmetto di cento anni fa: non so se prima della guerra facesse il fornaio o l’insegnante di scuola, comunque non credo che avesse mai imbracciato un’arma prima di allora, mi sembrava confuso e alle prime armi, esattamente come me. Intanto a Bengasi già sventolava la nuova bandiera adottata dai ribelli. E io, che credevo che per capire un conflitto bastasse trovarcisi in mezzo, mi trovavo con più domande che risposte. Chi sono questi ribelli? Chi ha vinto? Che cosa hanno raggiunto? Che cosa succederà adesso? Chi comanda ora? Questo è stato il mio approccio alla fotografia di guerra, e ho capito che quello che mi interessa veramente non è solo la cronaca del conflitto ma raccontare i dubbi e le contraddizioni interne di cui ti rendi conto osservandolo da vicino.

E’ per questo che hai realizzato la serie di fotografie attraverso i binocoli?

Ajdabiya. A group of rebels trying to locate the position of the enemy in the desert. ### Ajadabiya. Un gruppo di ribelli cerca di localizzare la posizione del nemico nel deserto.

In Libia passavo molte ore sulla front line in attesa di trovare qualcosa da fotografare. Stavo tutto il giorno con i ribelli, ci scambiavamo qualche sigaretta e alcune chiacchiere. Loro passavano giornate intere a scrutare il deserto attraverso questi vecchi binocoli militari, e un giorno, tra una sigaretta e l’altra, me ne sono fatto prestare uno. Volevo vedere quello che vedevano loro, ma allo stesso tempo volevo che quell’oggetto rappresentasse un ulteriore filtro tra me e quella situazione. Ho intitolato questa serie di foto scattate giocando con la macchina fotografica e il binocolo “One step behind” perché, nonostante fossi sul fronte, in quel momento stavo facendo un passo indietro. Non avevo più molte certezze ma solo un grosso punto interrogativo. Però, se ti chiedi il senso dei conflitti, non c’è altro posto in cui cercare risposte, anche se non è detto che le trovi.
Un paio di anni fa sei diventato padre. Come cambia l’approccio al lavoro di fotoreporter quando nasce un figlio?
Nina era nata da meno di un anno quando nel 2017 mi trovai davanti un adonna di 33 anni accasciata, esausta, su una spiaggia di Shahpori Dwip, una piccola isola sul fiume Naf, in Bangladesh. Scappava, come tutti Rohingya, dal Myamar per sfuggire alle persecuzioni. Nei 15 giorni precedenti al nostro incontro aveva lasciato la sua casa, aveva rischiato la vita e in mezzo alla giungla aveva partorito precocemente quel bimbo che ora proteggeva stretto tra le braccia. Era stremata. Di fronte a questa scena fu spontaneo chiedermi perché alcuni bambini hanno il diritto di nascere in ospedali accoglienti e altri invece continuano a nascere profughi. In quegli stessi giorni su quella spiaggia ho fotografato un ragazzo che aveva probabilmente la mia età e una bambina portata in braccio da chissà quanti chilometri. È stato come guardarsi allo specchio. Da quando sono padre è sicuramente aumentato il mio livello di immedesimazione e anche il mio istinto di protezione degli altri.
Ti è mai successo di cambiare idea rispetto a una fotografia che hai scattato?
YHo molto amato questa foto scattata nel 2010 ad Aung San Suu Kyi, nel giorno della sua liberazione. Ma dopo aver assistito all’esodo dei Rohingya non riesco più a guardarla con gli stessi occhi. Provo molta amarezza: ero andato in Birmania apposta, ero molto affascinato da questa donna esile e forte allo stesso tempo. La riconoscevo come un’eroina, una paladina dei diritti umani. Di quel giorno ricordo tutto: il caldo, l’attesa interminabile, e alla fine l’emozione di vederla sorridere dietro quel cancello e la consapevolezza di essere lì a documentare un momento storico. Era una foto di cui andavo molto fiero, ma dopo quello che è successo ai Rohingya senza che Aung San Suu Kyi si schierasse apertamente contro le violenze perpetrate dal suo esercito non riesco più guardarla senza sentirmi in qualche modo tradito.
Dalle primavere arabe all’Ucraina: che cosa ti hanno insegnato le rivoluzioni che hai documentato?
Avevo l’idea che una rivoluzione fosse il momento in cui cambia la storia. E’ questo che ti insegnano i libri di storia. Per questo nel 2011 sono partito per l’Egitto per documentare quello che stava succedendo a piazza Tarhir, simbolo delle “primavere arabe”. C’erano questi ragazzi che si proteggevano la testa con le pentole e mandavano in giro le foto scattate con i cellulari perché il mondo sapesse quello che stava succedendo. C’era molto romanticismo, abbastanza per convincersi che quei giovani che si stavano schierando apertamente contro il potere autoritario di Hosni Mubarak avrebbero portato il paese verso la primavera dei diritti. Però, a guardar bene la piazza, ci si rendeva conto che non c’erano solo quei giovani rivoluzionari pieni di belle speranze. E così i loro nobili ideali sarebbero ben presto stati traditi da poteri troppo più forti di loro. Anche io credevo, quella volta, di stare fotografando una svolta nella storia, invece se guardo l’Egitto oggi mi rendo conto che sono cambiati solo i nomi, ma la storia va avanti sempre uguale. Quella stessa delusione l’ho provata in Ucraina nel 2014: di nuovo c’erano giovani in piazza, di nuovo protestavano contro un governo autoritario e di nuovo io fui attratto dal desiderio di esserci per poter vedere con i miei occhi e per poter documentare. Arrivato a Kiev, però, scoprii che piazza Maidan, il cuore della rivoluzione, era piena anche di gruppi nazionalisti di estrema destra, lo vedevi dai loro abiti, lo sentivi nei loro slogan.  Guardare le rivoluzioni da vicino ti porta sempre a farti domande e ti mostra contraddizioni. Ma se esiste un senso a questo lavoro, è proprio quello di metterti ogni volta davanti al dubbio e lasciarti lì senza risposte.
A proposito della storia guardata in prima persona. Qual è la prima volta che ti sei trovato ad esserne testimone diretto?
Nel 2008 sono partito per la Georgia. Due anni prima mi ero laureato con una tesi sui conflitti che, a partire dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, affliggono il Caucaso. Avevo studiato molto su quella regione, adesso volevo provare a raccontarla io. È stata una sfida: passare dalla storia letta sui libri a quella vista con i miei occhi. Avevo molta inesperienza e molta ansia da prestazione. Il conflitto era finito da poco e un giorno, mentre ero in auto e stavo andando per la prima volta sulla front line verso l’Ossezia a vedere che cosa era successo, mi sono trovato davanti a questo villaggio di casette appena costruite. Pochi giorni dopo sarebbero state abitate dai profughi. Guardandole, mi ricordo che pensai: “Dunque questo sarà il futuro di questa gente, questo è il risultato della storia che per anni ho studiato: una distesa di prefabbricati bianchi, in mezzo alla neve”. A Tiblisi la situazione non era migliore. I nuovi profughi erano andati ad aggiungersi a quelli già presenti in città da anni, fuggiti dalle precedenti ondate di violenza. Erano tutti allocati in centri collettivi, ossia edifici fatiscenti che in epoca sovietica erano stati sedi del politburo, caserme di polizia, scuole…Tra le varie foto che ho scattato in questi centri di accoglienza ce n’è una che feci a un ragazzino a cui sono particolarmente affezionato perché, molto banalmente, indossava uno smanicato giallo uguale a quello che avevo sempre addosso da bambino. In sé è una foto che racconta poco delle condizioni disumane in cui vivevano gli ospiti dei centri collettivi, ma quella giacca che ci accomunava mi fece tenerezza. Quando guardo quella foto penso ancora a lui. Chissà che vita ha avuto. Le fotografie hanno la straordinaria capacità di fermare per un attimo la storia: la mia e quella di quel ragazzo non si sarebbero più incrociate ma per un momento siamo stati vicini, e simili.

Ti è mai capitato di riguardare le foto scattate e pensare di non essere riuscito a portare a casa le immagini che avresti voluto?
Se c’è un lavoro che ritengo incompiuto è quello relativo a un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo. Ci ero andato nel 2010 per una Ong che si occupa di malnutrizione: eravamo entrati, passando per il Rwanda, nella regione del Nord del Kivu: l’inferno in terra. Volevo fotografare l’Africa andando oltre gli stereotipi. Ma non ci sono riuscito. È stato difficile scattare cercando di restituire dignità alle persone, e quando sono rientrato in Italia mi sono reso conto di aver fallito. Di quel reportage salvo la foto di questa donna di profilo: lavorava al mercato di carbone, c’era miseria tutt’attorno, eppure lei guardava con sguardo fiero verso l’orizzonte. Cercavo questo, in Africa: la speranza di un futuro. In Congo, forse per la prima volta, ho provato la sensazione di essere “l’uomo bianco” arrivato in quell’inferno di povertà con le sue costose macchine fotografiche: ho letto la paura negli occhi di una bambina che scappava, spaventata dal mio obiettivo. È uno scatto di cui non vado fiero perché mi è sembrato un gesto violento il mio puntarle addosso la macchina.

 

L’Iran è un Paese da cui sei molto affascinato e che hai visitato più volte, scattando sicuramente centinaia di fotografie. Ci sono delle immagini a cui sei più legato?
Naturalmente sono molto affezionato alla serie di foto che ho scattato durante la protesta sui tetti di Teheran. Era la prima volta che visitavo l’Iran, nel 2009. A breve ci sarebbero state le elezioni. La situazione era abbastanza tesa: i giornalisti e i fotografi erano segregati negli hotel. Io ero entrato assieme a un amico con un visto turistico, con l’obiettivo di documentare i giorni pre e post voto. Siamo stati in stato di fermo per tre giorni, e al momento del rilascio ci hanno restituito i passaporti e l’attrezzatura ma non le schede su cui avevo salvato tutte le foto scattate fino a quel momento. Dovevo ricominciare il lavoro da capo, non era facile ed era rischioso sia per noi sia per i ragazzi che ci ospitavano. Loro sono stati la mia fortuna: non solo perché vivendo con loro ho assistito direttamente alla protesta dei tetti, ma anche perché ho avuto qualcuno che me la spiegasse, che mi raccontasse il senso di quelle voci che si levavano nel buio alle 10 di ogni sera. Era una forma di protesta che era stata già attuata nel 1979 e che, a 30 anni da quella rivoluzione, tornava per sottolineare i valori traditi. Era una protesta fortemente simbolica e volevo raccontarla con delle immagini evocative. Avevo promesso agli studenti universitari che ci ospitavano che nessun soggetto delle fotografie sarebbe stato riconoscibile. La paura di essere identificati era tanta. Io stesso dovevo evitare di essere beccato: la foto che poi ha vinto il premio World Press Photo è stata scattata senza guardare nell’obiettivo. Ero accovacciato su un tetto e avevo la macchina fotografica nascosta sotto una sciarpa. Ho appoggiato il “fagotto” alla balaustra, ho composto l’inquadratura alla buona e ho scattato. Così ho colto anche l’abbraccio tra due fratelli: lei viveva in Canada ed era tornata in Iran per votare. Nutrivano entrambi molte speranze in quelle elezioni, e in quell’abbraccio c’era la sofferenza di chi deve ammettere che “non ce l’abbiamo fatta”. Lei sarebbe tornata in Canada, lasciando il fratello in un Paese che aveva sognato invano una rivoluzione.

Sei un fotoreporter di zone di conflitto, oggi uno dei simboli dei conflitti è rappresentato dal muro…
Quando è caduto il muro di Berlino si sperava che non ce ne sarebbero più stati altri, e invece il mondo oggi è pieno di muri, dal Messico ai territori palestinesi. Ma finché qualcuno alzerà un muro, ci sarà qualcun altro che cercherà di abbatterlo, scavalcarlo, aggirarlo. Il muro che ho incontrato più volte sulla mia strada è quello che divide Israele dalla Palestina. Ogni volta che mi ci trovo davanti sento forte il privilegio di essere tra quelli che hanno il lasciapassare per attraversarlo senza problemi. E allo steso tempo sento il dovere di raccontare la dignità di chi lotta per avere gli stessi diritti di chi è dall’altro lato. I muri sono tutti uguali e provocano nell’uomo sempre la stessa reazione: la voglia di superarli.
Se fai il reporter di zone di conflitto quello che fotografi è soprattutto il dolore. Come si impara a conviverci?
Penso a Gaza, dove alla fine ti trovi sempre a fotografare funerali, distruzione e vittime del conflitto. Ho perso il conto del numero di funerali a cui ho assistito. Ogni volta mi chiedo come fotografare la morte e il dolore di chi resta senza sentirmi un avvoltoio, senza irrompere nella vita intima delle persone. Quello con cui devo imparare a convivere io, è la rassegnazione che questo è impossibile. Invece, mi viene in mente, per esempio, la disperazione di un ragazzo per la morte di un amico, in una foto che ho scattato a Gaza un paio di mesi fa. Penso a come sia possibile imparare a convivere col dolore e con la frustrazione della continua perdita dei tuoi amici più cari in questi luoghi di conflitto perenne. Proprio per cercare di raccontare la vita quotidiana in queste zone ho scattato la foto di un giovane palestinese venditore di snack, piazzato col suo carretto proprio in mezzo al campo di battaglia, durante una protesta al confine tra Israele e Gaza. Anche in guerra, la vita va avanti, o almeno ci prova. E spesso sembra che in questi luoghi la sopravvivenza diventi qualcosa di molto vicino alla resistenza.

Ti è mai successo, nei tuoi viaggi, che l’emozione prendesse il sopravvento?
Nell’agosto del 2014, a Gaza, un mio coetaneo di nome Nabil Siam perde in un raid aereo la moglie e quattro figli. Resta con un figlio e un braccio solo. Lo incontro poco dopo l’accaduto, lo ascolto, non riesco a scattargli che una sola foto sbagliata. Torno a Gaza nel 2015 e scelgo di fotografare Nabil attraverso un apparecchio a foro stenopeico, una semplice scatola di legno priva di obiettivo e di un mirino per comporre l’inquadratura, solo un piccolo foro su un lato per permettere alla luce di entrare e di imprimersi sulla pellicola. La macchina per il fotografo è spesso una protezione, ma io per una volta volevo guardare il mio soggetto in faccia e che lui guardasse me, senza che tra noi ci fosse una macchina fotografica di mezzo. Davanti a un uomo disarmato e mutilato volevo essere indifeso anche io. Ma scattare con il foro stenopeico richiede tempo: in particolare, per questa foto sono serviti 8/10 secondi. Un’eternità dentro la quale sono passati il suo dolore, la mia commozione, le atrocità delle guerre e le tante domande alle quali, se fotografi i conflitti, non trovi mai risposte.