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Cantiamo la stessa canzone con altre parole*

Il primo istinto è stato quello di chiudere il libro. Nessun bambino vuole sentire la storia di cui conosce già il finale. Chiedono favole nuove, chiedono l’ebrezza di potersi immaginare la conclusione e il coraggio di scoprire se ci avevano visto giusto.
Nel nuovo libro di Erri De Luca ci sono vecchi libri di Erri De Luca. Storie già lette, finali che conosco già. Però ho resistito all’istinto di chiudere le pagine e ho fatto bene. Perché tutte le storie, anche quelle già sentite, hanno qualcosa di nuovo da dirci se abbiamo la pazienza di ascoltarle ancora.

“Così da ragazzo guardai dalla sua parte, la sua forma di pagnotta rigonfia, al finestrino di un treno che mi staccava dal luogo e solo verso il suo zuccotto a forma di cratere mi uscì di bocca: addio. Lasciavo il mio posto, quello che spetta di nascita, dove si diventa un minerale a forza di crescere ossa e si diventa bosco a forza di radici di capelli e peli in faccia e al pube, dove la voce bianca dell’ infanzia si arrugginisce e ringhia raschiando la trachea. Partii tradendo tutti, padre, madre, sorella, casa, studi, i pochi amici e le mille settimane di residenza, tante servono a fare diciotto anni. Nessuna ragazza si soffiava il naso al marciapiede del binario, solo quella nessuna non tradii. Traditore di vita apparecchiata, già intitolata, andava solo svolta, invece niente, uno si afferra per un bavero e si sbatte via senza uno straccio di lettera, di mestiere in mano, d’ indirizzo nuovo, zitto e imbottito di mai più. Ovunque, tranne qui, qualunque malora tranne questa mezz’ora di pazienza ogni trequarti d’ora.”
 (Il contrario di uno)

“Ho lasciato da ragazzo la casa dei genitori. Mi staccai dalla città di origine, dall’avvenire apparecchiato. Partii a mosca cieca, biglietto di semplice andata”.
 (Il più e il meno)

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“Non due volte nella vita succede di leggere in piedi un libro di 500 pagine. In piedi: nel dimesso “attenti” di chi con una mano si regge al sostegno di un convoglio di metropolitana e con l’altra stringe, consuma i fogli. Erano i mesi dell’inverno ’81, la polvere del terremoto non si era ancora posata (…) Ho lavorato in cantieri del Nord, ma non ho mai provato altrove il freddo di quell’inverno a Napoli. La tramontana infilava i vicoli, i cortili, attorcigliando i nervi, increspando di viola il dorso delle mani che si riscaldavano solo nel palmo stretto della pala. (…) Riprendevo calore nel sottosuolo della metropolitana, nel tratto piazza Cavour-Campi Flegrei, dove abitavo. Allora prendevo di borsa e leggevo: Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. (…) Ci sono libri che si incontrano in tempi difficili. Si acquistano su una bancarella con il pretesto di riscattare dall’abbandono una vecchia edizione”.
(In alto a sinistra)

“Era l’inverno ’80-’81 nella città di Napoli spaesata dal terremoto, in un cantiere dell’emergenza edilizia, paga 25mila al giorno. Avevo 30 anni e una scia di dispersi alle spalle, una folla, anni di lotta, di nomi e niente da voltarsi indietro. (…) Mi servivano pagine da tenere in pugno come bicchieri e andare giù di testa su di loro fino al capolinea. Céline, un bastardo da prendere e sbattere nel cestino, l’avevo raccattato da un lenzuolo a terra, vendita di marciapiede, sparso tra libri usati. Viaggio al termine della notte, vediamo un po’ che ne sai tu, Louis-Ferdinand, di questo carro bestiame che ha preso noi per carico, che ci ha dispersi e divisi in puttane e prigionieri”.
(Il più e il meno)

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“Era l’unica cosa che avevamo in comune, la sola che mi avesse insegnato direttamente, come eredità. Tutto il resto l’avevo imparato dai suoi libri, comprati a fascine e che lui aveva letto tutti, tutti, fino all’ultima riga. (…) “Presto riavrai la tua libertà.” “Riavrò la libertà di tornare a far muri in cantiere, di aver la casa vuota e di trovarti in sogno.” “Avrai la libertà di tornare ai libri, l’unica cosa che ti lascio, oltre al bridge. Riavrai i libri, l’unico posto dove l’esperienza che uno fa nel mondo, trova le parole d’accompagnamento.” Li aveva portati tutti da me quell’anno, quasi niente vestiti. Voleva bene ai libri, tutti. Gli piaceva la forma, l’ingegnoso sistema delle pagine sottili legate lungo la costola, capaci di contenere tanta materia narrata”.
(In alto a sinistra)

“Se fossero state armi appese alle pareti, sarei diventato un cacciatore, ma erano libri, impilati fino al soffitto. Avevo quelli intorno e addosso. Sono stato bambino e poi ragazzo dentro una stanza di carta. Mio padre ne comprava a chili erano il suo altrove, la distanza da pomodori e frutta sciroppata, merci del suo lavoro”.
(Il più e il meno)

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“Ero un ragazzo di città, ma d’estate m’inselvatichivo. Scalzo, la pelle dei piedi indurita come le carrube mangiate sull’albero, lavato all’acqua di mare, salato come un’aringa, un pantalone di tela blu, odore di pesce addosso, qualche squama in giro per i capelli, andatura a passi corti, da barca. In una settimana non avevo più una città d’origine . Me l’ero staccata di dosso insieme alla pelle morta del naso e della schiena, i punti dove il sole si approfondiva fino alla carne”.
(Tu, mio)

“L’isola era un campo sconfinato per un bambino, poi ragazzo, ingolfato di reclusioni domestiche. (…) Le prime giornate procuravano in fretta la muta annuale che tocca ai serpenti. Spellavo, cambiando pelle in poche notti. Ne affiorava una che voleva stare nuda, scalza, col sale marino addosso mischiato a quello del sudore secco. E sempre un resto di pesce sulle dita, odore dei vicoli dei pescatori dov’erano le nostre stanze e c’era un rigagnolo d’acqua salmastra e pesce sventrato”.
(Il più e il meno)

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“Napoli è il mio posto d’origine. Me ne sono andato a diciotto anni (…). Ma quel luogo d’origine spiega a me stesso molto del percorso spezzato, del tragitto a volo di pipistrello e del fatto che non ho attecchito in nessun altro luogo. Non vorrei essere partito da nessun’altra parte. Napoli è la mia fortuna d’origine”.
(Altre prove di risposta)

“La città bandiva i suoi assenti. Chi non l’ abitava veniva iscritto nel registro segreto degli espulsi. Napoletano è titolo che ha poco da dipendere da un’ affacciata su ‘na jurnata ‘e sole, molto di più dipende dal suo monte pandoro lievitato a fusioni”.
(Il contrario di uno)

“Me n’ero andato a 18 anni da quella città di origine e mi tenevo stretto il dialetto, timbro di provenienza. “Di dove sei?”, “Vengo da Napoli”. Avrei dovuto rispondere “di Napoli”, invece usavo il “da”. Mi sembrava un abuso dirmi uno di Napoli. Partito da lì, non mi spettava più il titolo di appartenenza, essere di. Lo avevo tradito, quel posto, lasciandolo. Perciò Napoli era la mia denominazione di origine: venivo da lì”.
(Il più e il meno)

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“Allora ci accorgemmo che la pianta che avevo nel vaso cominciava a dar segni di crescita, riempiendosi di getti. In quelle settimane partì in altezza e in ingombro, al punto che volli spostarla, ma lui mi pregò di lasciarla. Era un bene, perché di notte ripuliva l’aria, assorbendo tutto l’odore delle ferite. Le bastava poca acqua. (…) La pianta della specie delle araucarie fioriva, gettava in ogni direzione le foglie lunghe verdi, cupe, lisce. In qualche notte di morfina lo sentivo parlare a quella pianta, ormai alta come una persona ai piedi del letto. Le raccontava i fatti, le storie di famiglia, nel buio. L’arbusto di notte vegliava e asciugava anche le parole”.
(In alto a sinistra)

“Non so a che specie appartenesse. Conosco e riconosco vari nomi di alberi e di piante, non di quella. Per vivere e morire non hanno bisogno di nomi, che servono invece alla nostra quieta mania di compilare elenchi. Quella pianta resta unica  nel ricordo, non ne ho incontrata una seconda. Stava nel vaso dentro l’ultima stanza di mio padre. A forma di alberello, aveva un tronco chiaro e una chioma di foglie lunghe, lanceolate verde cupo, di fondale marino. (…) La luce entrava presto dalla finestra a oriente nella stanza dei libri dove avevamo sistemato il letto di mio padre. Stentava a vivere e a morire, la morfina non bastava a coprire tutte le ore. In quei mesi la pianta cominciò a salire. Già alta due metri, arrivò al soffitto, si allargò di rami. Mi stupivo, mio padre no, era quasi cieco e non la distingueva tra gli scaffali dei libri. (…) Sedevo accanto alla pianta nelle notti di veglia. Cresce a contrappeso dell’uomo che finiva. Un po’ l’amavo per consolazione, un po’ no perché si nutriva di agonia. Le davo acqua, come a mio padre cambiando le bottiglie delle flebo. Le piaghe da decubito non le sentiva più, perso il contatto con la metà del corpo. Asciugavo le ferite, pulivo le foglie. (…) Nel buio la pianta assorbiva l’anidride carbonica del dolore e rilasciava ossigeno”.
(Il più e il meno)

(*La stazione di Zima – Roberto Vecchioni)

  • renato angelo bolli |

    patetico e asettico come una garza sterile ….

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