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Le cene di Natale e l’arte di riciclare le bottiglie di vino

regalare%20vinoUna volta c’era “la cena di Natale”. Adesso ci sono “le cene di Natale”: cominciano subito dopo l’Immacolata, e hanno le loro regole. Più sono vicine al vero Natale, più le persone che vi partecipano sono intime. Per dire: la cena con i colleghi viene quasi sempre prima rispetto alla cena con gli amici storici, che può addirittura essere organizzata il 23 dicembre. Una delle regole della cena annuale con i miei amici, è “porta il regalo più divertente che trovi”. Una volta che non avevo avuto il tempo di comprarne uno, mi sono presentata con una copia della “Guida alla pensione” che avevamo appena realizzato qui al Sole 24 Ore. Considerando che io e i miei coetanei la pensione forse non l’avremo mai, mi era sembrato un regalo abbastanza ironico. In genere, i regali più sono ironici e più sono inutili: per questo tendiamo a disfarcene, magari riciclandoli a una cena successiva, con un gruppo di amici diversi.
Ad altre cene pre-natalizie, invece, si preferisce portare un pandoro o una bottiglia di vino. E proprio stamattina, comprando il pandoro per la prossima cena di auguri, mi è tornata in mente una cosa geniale che ha scritto Francesco Piccolo a proposito delle bottiglie di vino “nomadi” e della consuetudine di riciclare i regali. E mi sono chiesta: “Chissà in quale libreria di quale casa sarà finita la mia Guida alla pensione”.

“La sera, a Roma, per le strade, si vedono passare molte bottiglie di vino. Basta starci attenti. Sono avvolte in carta di enoteca, sono dentro buste di plastica del supermercato o addirittura a volte dentro sacchetti di negozi di abbigliamento presi al volo prima di uscire. Oppure sono nude e semplici, tenute saldamente in una mano da gente che scende dalle auto oppure che cammina sul marciapiede tenendo lo sguardo fisso sulla numerazione dei palazzi, in cerca di quello giusto. La sera, a Roma, nelle case, si organizzano delle cene. Quelli che vanno alle cene portano una bottiglia di vino. E’ un patto tacito al quale nessuno si sottrae – eppure i padroni di casa comprano lo stesso il vino da bere a tavola, sia perché non si sa quale vino porteranno gli ospiti, sia perché non ci si può apertamente basare sul vino regalato dagli altri, sia perché c’è sempre qualcuno che con un colpo di testa, una trasgressione, decide di portare il gelato o una torta (anche i gelati o le torte bisogna già averle, nonostante ci sia la possibilità che qualcuno li porti). Quando gli ospiti entrano dalla porta, uno di loro ha in mano una bottiglia di vino e di solito hanno litigato per le scale su chi dovesse portarla (nessuno dei due voleva farlo); hanno litigato perché il momento del passaggio della bottiglia di vino dalle proprie mani alle mani della (o del) padrone di casa è un momento imbarazzante, appunto perché la consuetudine è tacita; allora bisogna far finta che sia la prima volta in assoluto che si decide di regalare una bottiglia di vino e bisogna far finta che sia la prima volta in assoluto che si riceve – quindi bisogna dire ho pensato di portarti questa; e bisogna rispondere con un grazie sorpreso, che significa sia non dovevi sia non me l’aspettavo proprio. Per dimostrarti che non me l’aspettavo, ho già aperto del vino anch’io. Quindi la questione successiva è: beviamo quello nostro o apriamo quello che ci hanno portato? E se apriamo quello che ci hanno portato, quale apriamo? La bottiglia di Giorgio, di Emanuele o di Federica? Alla fine, quindi, quando gli ospiti vanno via e nelle auto che tornano a casa dopo le cene, i silenzi semiaddormentati sono rotti soltanto dai però sono simpatici (se sono simpatici), la prossima volta li invitiamo a casa, (una pausa) e poi No? Sì, sì, ma sei stanca? Un po’. Vabbe’ siamo quasi arrivati – quando gli ospiti vanno via e i padroni di casa mettono piatti e bicchieri nella lavastoviglie e dicono però sono simpatici (se sono simpatici), rimangono due o tre bottiglie di vino che sono state regalate e che non sono state aperte. E se pure i padroni di casa sono onesti e semplici e buoni bevitori di vino, nella loro mente non può non comparire un pensiero diabolico che loro scacciano ma che se pure scacciano ormai è arrivato, che dice: questa – riferito soprattutto alla bottiglia che non capiscono cos’è – la portiamo a qualcuno, quando ci invitano a cena. La mia bottiglia di vino è una di queste. L’ho portata una sera a Monteverde, a casa di Alice e lei ha detto che non dovevo e io ho detto ma figurati. Ce l’avevo a casa, sono uscito all’ultimo secondo, ho preso al volo una bottiglia e sono andato. Alice l’ha guardata con curiosità, ma non mi sembrava convinta di ciò che leggeva sull’etichetta, chissà perché. La mia bottiglia di vino era simile alle altre, ma aveva un suo nome esotico che la differenziava e la rendeva misteriosa. Poi, silenziosa e rispettosa, è andata a mettersi accanto ad altre cinque o sei, illuminate da luci forti in una casa piccola ma curata, in cui ci muovevamo tutti poco perché appena ci muovevamo Alice diceva: mi dispiace ma la mia casa è piccola e noi dicevamo ma no, ma che dici – ed eravamo ipocriti, perché la casa era veramente piccola. Ma calorosa, e Alice è simpatica, quindi quando siamo andati via tutti, non ero dispiaciuto che la mia bottiglia fosse rimasta lì, in compagnia di un’altra, tutt’e due timide ma contente di essere in due. Poi l’ho persa di vista per un po’, la mia bottiglia, fino a quando, assolutamente riconoscibile, l’ho vista arrivare a casa di Federica, in una strada alberata di San Saba, in una di quelle case che immagini perfette per te e continui a dire a Federica che se mai dovesse andarsene ti deve avvertire, salvo scoprire che almeno altre cinque persone la pregano di fare lo stesso con loro. L’ho vista arrivare la mia bottiglia, un po’ disordinata e quasi smagrita, nelle mani della migliore amica di Alice, una ragazza che quando ascolta ha un sorriso che sembra non voglia fare altro nella vita che ascoltare. Federica le ha detto sbrigativa: grazie, mettila lì. Io l’ho vista lì, appunto, ho esitato ad avvicinarmi, ma volevo farlo per essere sicuro che fosse la mia, per capire se mi riconosceva. Perché la mia bottiglia di vino è come un tipo di auto che di quella marca e di quel colore ce n’è solo una in tutta la città e quando la vedi passare sei sicuro sia quella e non un’altra. Però poi se la vedi in un quartiere strano, ti avvicini per controllare se è quella e soprattutto vuoi sapere se davvero è possibile che ne esista un’ altra. è anche per questo che la mia bottiglia di vino, penso, fatica ad essere aperta e portata a tavola. Ma lei – è lei, l’ho riconosciuta, però non so se lei ha riconosciuto me – sembra essersi rassegnata al suo destino e adesso se ne sta in fondo al buffet (è una cena in piedi, quindi sono molte le persone e quindi molte le bottiglie che sono arrivate), senza dare problemi. Non si diverte molto, ma si capisce che può restare per qualche giorno qui, in questa casa con quadri belli e colorati e un arredamento eccentrico. Ci starà bene, penso. Fino a quando, molti mesi dopo, con mia grande sorpresa, non l’ho vista tornare a casa. La teneva in una mano il marito di Rossella, l’ho riconosciuta subito, e quel che è più sorprendente è che Rossella e suo marito non erano a casa di Federica e non la conoscono, non c’entrano con Alice né con la sua amica del cuore. Stasera, a casa mia, c’è anche Alice, e anche lei ha guardato a lungo la bottiglia e adesso che la lascerò sola, sicuro si avvicinerà per accertarsi che sia quella. Ho presentato Alice a Rossella e al marito di cui non so il nome e ho aspettato che lo dicesse lui, gli ho strappato la bottiglia da mano e me la sono portata al petto, come per dire che può stare al sicuro, che è tornata a casa, che ha guardato e ha vissuto in tante – non so quante, ma tante – case di Roma di tanti quartieri, ha girato Roma casa per casa e adesso è tornata qui a Colle Oppio, a casa sua, nel posto dove stava. L’ho rimessa lì, dove l’avevo presa, e mentre lo facevo scuotevo il capo per dire che il mondo è strano. Il mio amico Renzo, che era lì accanto a scegliere il vino da portare a tavola, mi ha chiesto: che c’è? Ho guardato la mia bottiglia per chiederle il permesso, perché avevo una gran voglia di raccontarla, la nostra storia. Lei non me l’ha impedito, e l’ho fatto. Non ho esagerato se ho detto che la mia bottiglia ha attraversato case piccole ma ben arredate, case grandi con molte stanze da letto abitate da studenti, dove le scatolette di tonno e i quattro salti in padella sono i padroni delle credenze, case del centro con divani bianchi e illuminazione perfetta, case con bambini che un paio di volte hanno rischiato di farla cadere, case di piazza Vittorio con soffitti altissimi e soppalcate quasi in ogni angolo – la mia bottiglia di vino, ho spiegato a Renzo, ha visto in questi mesi una enorme quantità di soppalchi, di birre accanto a lei, di arredamenti Ikea e tanti oggetti Ikea ed è stata anche quasi violentata da un cavatappi Ikea; ha visto tavolini comprati in Indonesia, librerie fatte fare apposta, ha visto parquet e pavimenti degli anni sessanta lucidati recentemente. Ha vissuto serate estive su balconi pieni di piante, accanto a patatine sbriciolate e bucce di pistacchi; ha visto uomini che restavano a dormire con la padrona di casa e la mattina dicevano un sacco di stupidaggini prima di scappare via; ha visto letti pieni di cappotti quando faceva ancora freddo e file di telefonini sul tavolo, vicinissimi, che ogni tanto vibravano facendola dondolare per un po’ – e le è piaciuto; ha vissuto le notti quando tutti sono andati via e i segni della festa sono avvilenti e la voce di qualcuno che ha detto ogni volta: mettiamo a posto domani. Ha sentito chiacchierare di politica e dell’ultimo film di Spike Lee, ha sentito pettegolezzi su persone a casa delle quali poi è rimasta anche per una settimana, e ha sentito dire migliaia di volte che ormai le case costano troppo e ha sentito dire milioni di volte che non ho più voglia di vivere a Roma e un giorno me ne andrò. La mia bottiglia di vino ha attraversato quartieri vestita di carta attillata, in borse del supermercato o completamente nuda e credo abbia imparato, a un certo punto, che quando sentiva dire: che facciamo, portiamo una bottiglia?, era sicura che toccasse a lei e se avesse potuto avrebbe abbaiato e saltato davanti alla porta come un cane impaziente. La mia bottiglia di vino, ho detto a Renzo, conosce le case di Roma e i nostri amici meglio di noi. Renzo ha sorriso e poi ha guardato la bottiglia e le ha fatto una leggera carezza. E prima di andare di là, ha detto: non era la tua, era la mia. L’avevi portata tu? Sì, ha detto, a una cena che hai fatto un anno fa – ed è scappato di là, prima che gli chiedessi se l’aveva comprata o ce l’aveva già a casa, ma è meglio così. Non so se lo voglio sapere”.
(Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile felicità)

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