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Le lettere d’amore fanno solo ridere*

Saranno passati forse tre anni: era un periodo che ogni sera uscivo dal giornale, salivo sulla 90, accendevo il Kindle e leggevo qualche riga, a voce bassissima ma non abbastanza perché non potessi sentire il suono dei versi. Il fatto che qualcuno riesca a tradurre senza tradire l’autore ma allo stesso tempo a garantire la bellezza dei versi anche ai lettori “stranieri” mi ha sempre affascinato. Leggere Cyrano de Bergerac in mente non è la stessa cosa che leggerlo a voce alta. Provateci per esempio con queste poche righe, e poi ditemi se non avete sentito un brivido lungo la schiena, come se qualcuno stesse soffiando sulla vostra pelle. 

“La sua lettera! Forse che non mi prometteste che un giorno avrei potuto leggerla?

Ah! voi… ora… vorreste?

Oggi… sì… Posso?

Sì.

“Rossana, addio. La morte è imminente; sarà…”

Perché leggete forte?

“…per questa sera o mio bene prediletto! Greve ho l’anima ancora di un amor non mai detto, e muoio! E mai più queste pupille inebriate, queste pupille che…”

Come la recitate la sua lettera?

“…che maggior piacer non sanno, i vostri gesti a volo mai più baceranno. Or io rivedo il piccolo gesto familiare della man sulla fronte, e vi vorrei gridare…”

Ma come la leggete! come!

“E vi grido: Addio!”

La leggete…

“Mia cara, mia prediletta, mio tesor!”

Con una voce…

“Cuor mio!”

Con un accento… Ma… che non per la prima volta io sento!

“L’anima mia giammai non vi lasciò un secondo, ed io sono e sarò, fino nell’altro mondo, colui che sopra tutti vi amò senza misura, colui…”

Come potete leggere se l’aria è scura?”.

Ho amato questo libro, ho riso di Cyrano, ho odiato Cristiano e avrei dato una sberla a Rossana. Quella storia delle lettere mi faceva un male cane. In qualcosa di simile, oggi, sono inciampata leggendo “Paradiso e Inferno”, di Jón Kalman Stefánsson:

“Forse Andrea sapeva della lettera che Árni portava con sé sotto i vestiti. Gliela aveva scritta il ragazzo, e non era la prima volta che Árni gli chiedeva di scrivergli una lettera per sua moglie, Sesselja, la leggerà quando siamo insieme a letto e tutti si saranno addormentati, aveva detto Árni una volta, e la leggerà tante volte mentre sono via. “Mi manchi”, aveva scritto il ragazzo, “mi manchi quando mi sveglio, quando impugno il remo, mi manchi quando metto le esche, quando taglio il pesce, mi manca di non poter sentire la risata dei bambini e le loro domande a cui non so rispondere, e sicuramente mi manchi tu, mi mancano le tue labbra, mi manca il tuo seno, mi manca il tuo sesso”  – no, questo non lo scrivere, aveva detto Árni che guardava il ragazzo da sopra le spalle. Non posso scrivere “mi manca il tuo sesso”? Árni aveva scrollato la testa. Cerco solo di scrivere quello che pensi tu, come sempre, e a te manca il sesso, dev’essere così, no? La cosa non ti riguarda, e oltretutto non userei mai quella parola, sesso. Allora che parola useresti? Che parola userei, direi… no, ma che cazzo te ne frega! E il ragazzo face una riga su quella parola, sesso, e scrisse invece “il tuo profumo”. Ma forse, pensò, Sesselja cercherà di capire che parola è quella cancellata, sa che scrivo io le lettere per Árni, cercherà di capire e quando finalmente riuscirà a leggere, e ci riuscirà, penserà a me”. 

(* Le lettere d’amore –  R. VecchioniPoi però di Pessoa parliamo un’altra volta)