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Smart working sì, ma non in pigiama

parcoAvete presente quei periodi in cui vi sembra che un argomento vi rincorra? E’ un po’ come il “ti vedo scritta su tutti i muri” jovanottiano. Dovunque andate, qualsiasi cosa fate, vi imbattete in un certo discorso. In questi giorni potrebbe capitarvi con il tema dello smart working.
Vi basta aprire un giornale o un sito internet per leggere notizie sul telelavoro, su quanto faccia bene ai dipendenti, su quanto faccia risparmiare le aziende, su quanto sia già usato all’estero e su quanto sarà utilizzato in Italia.
Poi ovviamente ci sono i pro e i contro: ci sono quelli che “è impossibile lavorare a casa mia con il casino che fanno i miei figli”, quelli che “vuoi mettere la comodità di mettermi davanti al pc seduto sul mio divano” quelli che “almeno se vengo in ufficio non vedo quell’arpia di mia moglie”, quelli che “figata, vado a lavorare in un locale di coworking e conosco un sacco di persone”.
Io – che per anni ho lavorato da casa come free lance e non desideravo altro che una redazione dove entrare ogni giorno – adesso rivaluto lo smart working (ma non full time). A qualche condizione:

  • Obbligarsi a vestirsi ogni mattina: no, no e poi no restare in pigiama tutto il giorno (io ho battuto il record di una settimana, ma non ne vado fiera);
  • Darsi degli orari: paradossalmente, chi lavora da casa rischia di lavorare di più di chi lavora in ufficio;
  • Trovare un pretesto per uscire almeno una volta al giorno: tra giornali leggibili via iPad e spesa a domicilio, il rischio di non mettere il naso fuori è altissimo;
  • Non mangiare fuori pasto con la scusa di avere il frigo a un metro dalla scrivania: in verità, anche in ufficio tra snack e pause caffè si mangia troppo, ma almeno la presenza dei colleghi limita – se non altro per decenza – la bulimia pomeridiana;
  • Compatibilmente con il tipo di lavoro, andare (almeno ogni tanto) a lavorare fuori da casa: visto che la normativa lo consente, perché non approfittare di parchi (dove ci dovrebbe essere anche il wifi, se il Comune lo facesse funzionare), cowo o bar?

Foto: Royalty Free Stock Footage 

  • Francesca Milano |

    Gentile andrea, alcune aziende permettono ai dipendenti di lavorare da casa (o da qualsiasi altro posto) anche solo un giorno alla settimana, mentre negli altri giorni si lavora in ufficio.

  • Andrea Solimene |

    Mi spiegheresti cosa significherebbe “rivaluto lo smart working (ma non full time)”. Perchè? Esiste anche quello part time?

  • Alvaro |

    Smart Working o lavoro Agile ?

    Premesso che detesto l’uso di termini stranieri (specie “managerialesi”) quando se ne può fare a meno, va detto che le traduzioni “per assonanza” spesso sono un rimedio peggiore della malattia; sarebbe bene ricordare che, se si usano termini diversi (anche e soprattutto in inglese), di solito è perchè essi denotano concetti diversi e la cosa è vera soprattutto in contesti tecnici, siano essi tecnologici, gestionali, amministrativi, legali o altro.

    Telelavoro, lavoro flessibile, smart working e agile work denotano nuovi modi di lavorare che hanno alcuni (spesso molti) punti in comune, ma anche delle differenze con implicazioni anche di tipo normativo. Non a caso per esempio il nuovo DDL differenzia esplicitamente il nuovo modo di lavorare (definito ahimè lavoro agile) dal telelavoro.

    Nella terminologia anglosassone lo smart working è un modo di (far) svolgere il lavoro (working) mentre l’agile work è un modo di organizzare la forza lavoro (infatti è detto anche workforce agility). Cito dal report suggerito nel post: “Agile Working is defined as allowing an organization to establish an optimal workforce to support an organization’s objectives”. Il lavoro agile usa quattro leve: tempo (quando viene svolto il lavoro), luogo (dove lavora la persona), ruolo (cosa fanno le persone), fonte del lavoro (chi svolge il lavoro).

    L’agile work (nell’accezione originale http://www.agilefutureforum.co.uk/AgileFuture…/report.html ) comprende quindi anche la flessibilità di ruolo (es. persone distaccate da altre parti dell’azienda o addirittura da aziende partner o esterne per coprire ruoli temporanei) e la flessibilità di acquisizione di risorse anche in maniera (da noi) non convenzionale (es. risorse esterne all’azienda: freelance,crowdsourcing,…). Mi pare che questi due aspetti siano del tutto estranei alla nostra accezione di lavoro agile, sia nel DDL che sui media.

    Mi chiedo che nome daremo all’agile work quando, come al solito in ritardo, penseremo di adottarlo…

  • Alvaro |

    Brava !!! finalmente ne parla uno che l’ha fatto (e non lo confonde con l’agile work)

  • Federico Bianchi |

    Rispetto all’ultimo punto segnalo un vostro articolo che aiuta a cercare le postazioni di coworking per la terza giornata del lavoro agile e non solo

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-02-04/il-coworking-si-trova-smartphone-ecco-siti-e-app-il-lavoro-agile-181145.shtml?uuid=ACx3JoNC&fromSearch

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