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Il mio primo concerto, che poi era un sound check

luca_carboniDue giorni dopo avrei compiuto otto anni. Avevo un gonnellino a pieghe e una racchetta troppo pesante per il mio polso sinistro. Giocavo a tennis su un campo di terra rossa separato dal campo di calcio da una rete metallica nella quale c’era un buco. Lo sapevo perché lo avevo attraversato più volte per andare a raccattare le palline finite al di là della rete. Avevo appena finito la lezione con il maestro Antonio. Mio padre giocava con un amico due campi più in là. Avevo un’ora di attesa e la curiosità di vedere da dove provenisse quella musica. Così mi chinai e passai dall’altra parte della rete attraverso il buco. Forse non ero mai stata prima in mezzo a un campo di calcio: mi sembrò immenso e polveroso (niente erba, solo terra arida per un agosto torrido). Non mi spinsi oltre l’area di rigore della porta più vicina al varco nella rete. Nell’area opposta avevano montato un palco e sul palco – lontanissimo, perché i campi di calcio, scoprii quel giorno, sono enormi – c’era un ragazzo bellissimo. Quel ragazzo era Luca Carboni. Stava facendo le prove per il concerto che avrebbe tenuto quella sera e che faceva parte del tour promozionale del suo terzo disco, “Luca Carboni”, quello sulla cui copertina ha un cappello bianco, quello di “Farfallina” (e infatti nella foto sul retro c’è lui con “un fiore in bocca”). E’ stato il mio primo concerto. Anche se non era un vero e proprio concerto, ma solo un sound check.
Sono rimasta nell’area di rigore fino a che non ho sentito le urla di mio padre che mi cercava, preoccupato. Ho riattraversato il buco nella rete e all’improvviso quel buco mi è sembrato più stretto: ero diventata grande.
Tra sei mesi esatti compio 36 anni e stasera vado a sentire Luca Carboni al Fabrique, dove fa tappa la tournée di Pop-Up. E’ il suo primo concerto a cui assisto. Anzi no: è il secondo, se contiamo anche quelle prove generali nel campo sportivo pieno di polvere.