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“Stare è un verbo attivo” e altre cose su cui riflettere

Negli ultimi giorni di vita di mia nonna i suoi occhi azzurri hanno perso colore. Non lo so dire diversamente, ma è come se la vita fosse andata via prima di tutto da lì e poi, piano piano, dal resto del corpo. È un segnale, uno dei tanti che l’organismo dà per avvisare che da lì a poco smetterà di funzionare. Non è un alert per chi in quel corpo ci vive: lui lo sa benissimo già da tempo, glielo dicono i dolori che non fanno sconti nemmeno di notte. Il segnale è rivolto agli altri, a quelli attorno o meglio – come ha spiegato venerdì sera Roberto Maier, prete milanese che insieme a Beatrice Gatteschi ha scritto il libro “Il turbante azzurro” – ai “prossimi”. E come si reagisce a questo segnale? Come si fa a restare quando sai che la nave sta per affondare? Semplicemente, si sta. “Stare è un verbo attivo”, ha detto il sacerdote dando un pugno in pancia a me che in quello “stare” -tra l’imbarazzo di guardare quegli occhi sbiaditi e l’incertezza sulle cose da dire – ero a disagio. Nel vuoto di parole che non trovavo e di gesti che non riuscivo a compiere, quel tempo dello stare accanto sembrava infinito. Visto a distanza di anni, è incredibile come quella percezione fosse sbagliata: non era un tempo infinito, era un tempo brevissimo. Ne avrei voluto di più, anche se non avrei saputo come usarlo. Perché non ci sono istruzioni per stare vicino a chi soffre, bisogna stare e basta. Ne “Il turbante azzurro” Beatrice Gatteschi prende in prestito “quelli che” di Jannacci ed elenca con ironia “gli altri”, quelli che in maniera goffa interagiscono con un malato. Ci sono quelli che hanno “una zia o una cugina che ha avuto esattamente la stessa cosa e se l’è cavata benissimo”, quelli che “scoppiano a piangere e tu devi rassicurarli”, quelli che “attraversano la strada per evitare di doverti parlare”, quelli che “non avendo fatto in tempo ad attraversare la strada fanno finta di niente e ti parlano del più e del meno”, quelli che “ti vogliono così bene che non riescono a sopportare di saperti malata e quindi non si fanno più vivi”, quelli che “conoscono straordinarie cure alternative”, quelli che “ti chiedono cosa provi davvero e si aspettano una risposta esaustiva così, su due piedi”. Io faccio parte di questa maldestra schiera di “prossimi”. Quelli che cercano cose intelligenti da dire. È invece “se soltanto per attimo potessi averti accanto forse non ti direi niente ma ti guarderei soltanto”*. 

(* Caterina, Francesco De Gregori)