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L’ultima famiglia felice*

“La ‘schifezzata cosmica’ era un’altra storia, roba per palati fini, ed era privata, assolutamente vietata a qualsiasi estraneo, tota nostra. Cominciava già la sera prima con le cerimonie dell”affissione’; ognuno di noi sei appuntava alla credenza in cucina l’elenco delle porcherie che più porcherie non si può, vietate e messe al bando da ogni famiglia normale, che si sarebbe procurato il giorno dopo per mangiarle, crude o cotte che fossero, al momento clou. Non esistevano limiti di genere e quantità; tutte le nutelle, patatelle, bomboncelle erano consentite e riverite, liquirizie, popcorn, mini e burger, torroni, coca cola a imbuto, merendine al ribes, al latte rancido, qualsiasi rimanenza da supermarket, roba da infarto materno, era rigorosamente permessa, anzi, obbligatoria. Per me Sacher intere, cassuole, zampone a cubetti, Bordeaux (altri tempi) da farci un leasing e bottiglie di Perrier che si digerisce un rospo vivo.
Il giorno dopo tutti fuori a cercare due cassette da vedere la sera sbracati in un solo letto (mio e di Daria), a parte Dodi che si presentava in camera già un’ora prima tirandosi dietro il suo tappetino e si sdraiava sul pavimento a un palmo dallo schermo. Il primo film filava via fra sgranocchiate convulse ma dignitose e pochi salaci commenti. Alla seconda cassetta si scatenava il pandemonio: chi parlava dei cazzi suoi, chi di quelli degli altri, chi sciorinava un repertorio da Heidi ai Take That, chi rubava agli altri noccioline, o tirava noccioline, chi mollava involucri, carte e avanzi sul pavimento, chi ruttava, chi spernacchiava, fino a che Daria prendeva su e se ne andava a dormire altrove. E questo era il segnale del ‘rompete le righe’: non esisteva time out o arimortis. Nessuno, dico nessuno, potrà mai minimamente immaginare la sacralità di quell’happening in apparenza assurdo, ma perfetto e preciso come un orologio fermo: era, ora lo so, pura dramologia, un rito di continuo passaggio, una festa di primavera, un recitar a soggetto, un incrociarsi di peccato e perdono, saggezza e stupidità, fra la passione e la buffonata di vivere. Era questo la schifezzata cosmica. Era questa la felicità”.
(La vita che si ama – Roberto Vecchioni)

[* “L’ultima famiglia felice” è il titolo di un altro libro, questo qua, ma fossi stato in Roberto Vecchioni l’avrei usato al posto del mieloso “La vita che si ama” per descrivere la sua allargata, chiassosa, imperfetta – ma felice – famiglia]