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Chi si accontenta gode?

pesci“E’ bello che tu sia tornato. Abbiamo letto e saputo dei tuoi successi. Tutta la famiglia ne è molto orgogliosa, ci vantiamo di te! Eri sui giornali”.

A parlare è Asmandur, cugino di Ari, il protagonista di “I pesci non hanno gambe”, scritto da Jòn Kalman Stefansson ed edito da Iperborea. Asmandur fa il doganiere all’aeroporto di Keflavik, Ari è appena atterrato in Islanda dopo anni passati a lavorare in Danimarca in una casa editrice.

“E’ vero, dice Ari, improvvisamente intristito che quel suo cugino, quel nostro vecchio capobanda, un modello, un eroe, metta il segno dell’uguale tra il successo e il fatto di finire sui giornali, che quello sia il suo metro per misurare la vita, perfino la felicità. Si sente di colpo colmo di una tristezza indescrivibile nei confronti della vita, perché ci debba trattare in questo modo, perché lui e Asmandur si siano dovuti incontrare lì, dopo trent’anni, in quella situazione, in quei ruoli, e perché Asmandur non sia diventato di più di quel che è, eravamo convinti che avrebbe conquistato il mondo, per lo meno a suo modo, non avremmo mai immaginato che sarebbe finito come ispettore doganale all’aeroporto di Keflavik, con almeno trenta chili di troppo. Abbassa lo sguardo perché Asmandur non legga la delusione nei suoi occhi, dev’essere evidente, ma del resto che ne so io della sua vita, pensa Ari, magari è felice, e di quale vittoria più grande può vantarsi la maggior parte delle persone, se non trovare la felicità e saperla mantenere, non è forse l’unica vittoria che conti qualcosa?”

In un altro libro (“Sono contrario alle emozioni”), Diego De Silva fa una riflessione simile.

“Che mistero molecolare nascondono quelli che si accontentano? Nel corso degli anni in cui mi sono impegnato a fare le cose che volevo, essenzialmente fra i trenta e i quaranta, mi è successo d’imbattermi in persone giovani e chiaramente capaci che facevano lavori provvisori (o almeno così a me sembravano), tipo le fotocopie in una cartoleria, e di pensare che un giorno, tornando in quel negozio, non li avrei più trovati, perché nel frattempo sarebbero certamente riusciti a realizzare qualche progetto più ambizioso che immaginavo avessero continuato a coltivare con tenacia e pazienza mentre si guadagnavano da vivere fotocopiando planimetrie, atti giudiziari e dispense universitarie.  Invece poi sono rimasti lì, a distanza di tutti questi anni, lavorano ancora nella stessa cartoleria, e se li guardo meglio capisco che quella vita gli basta, che non ne volevano un’altra, e stanno bene dove stanno. E’ quando mi trovo davanti a persone così che penso d’aver sbagliato un sacco di cose.  Sapessi quali”.