Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
61eties2mrl20180727031219_abf42fbfc96906e1a157f645a321ee5c20180727031219_05d21574ac38a412ed6c9de2eb1b4cf3-320x482

Il Tamagotchi e altri feticci che hanno rovinato la mia generazione

Ogni mattina, mentre è ancora buio e io cammino con il cane e la giacca sopra il pigiama, penso che è tutta colpa del Tamagotchi: ha illuso una intera generazione che per prendersi cura di un cucciolo bastasse premere un tasto. Niente di più ingannevole: per dar da mangiare a Carlos devo portare a casa un sacco da 4 chili di crocchette per cocker (poi un’altra volta qualcuno mi spiegherà cos’hanno di diverso da quelle per i pastori tedeschi); per giocare con lui devo tirargli cento volte la pallina e andare a riprenderla perché lui non la riporta; per fargli fare i bisogni devo uscire di casa a tutte le ore del giorno ma soprattutto della notte.

Durante le mie passeggiate notturne, mentre una parte del mio cervello dorme ancora, l’altra parte si pone incessantemente una domanda: com’è che negli anni ’90 degli informatici giapponesi sono riusciti a inventare un aggeggio che trasformava inaffidabili ragazzini in responsabili badanti di un pulcino elettronico e nel 2018 nessuno è ancora riuscito a inventare una carrucola che permetta di calare il cane dalla finestra per fargli fare i bisogni in strada e poi lo riporti su?

Al Tamagotchi e a tutti gli altri feticci della mia adolescenza un gruppo di trentenni (Silvia, Stefania e Ilaria) ha dedicato un account Instagram (ma anche un blog): scorri le foto ed è come sfogliare le pagine di una vecchia Smemo. Dentro ci sono i cartoni animati che ci hanno fatto credere di poter diventare campioni del mondo, i telefilm che ci hanno convinte che innamorarsi del migliore amico fosse una buona idea, i gadget che a guardarli adesso ci vergogniamo ma senza i quali all’epoca non potevamo vivere, i pantaloni più brutti della storia della moda e molto altro.

Siamo la generazione che andava in giro con dei ciucciotti di plastica appesi al collo, alle orecchie, ai portachiavi. Siamo quelle che si mettevano nei capelli delle ciocche finte e colorate attaccate con dei fermagli a forma di topi. Siamo andate ai concerti dei Take That. Siamo state capaci di passare interi pomeriggi a intrecciare Scoobydoo. Siamo state così sceme da affidare i pronostici sulle affinità di coppia a una calcolatrice chiamata “My magic diary”.

Per anni abbiamo rimosso tutto, poi sono arrivate quelle de “I trentenni” a sputtanarci la reputazione. E come se non bastassero il blog e Instagram, adesso hanno anche scritto un libro: s’intitola “Hai detto trenta?” e racconta di una vacanza “folle e nostalgica” con una Kodak usa e getta, un’auto e una regola: vietato usare i social.

Leggetelo se avete voglia di fare un salto attraverso una porta spazio-temporale. Ma, prima di tornare al 2018, ricordatevi di lasciare da quella parte il walkman, il Tricky Traps e la valigetta di Naj Oleari.