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Se Luigi Tenco avesse avuto la pazienza di aspettare “la fine dei vent’anni”

Adesso uno dice “teatro Ariston” e tutti pensano al Festival di Sanremo. In verità, prim’ancora che nel 1977 il Festivàl abbandonasse la sua location storica (il Casinò), l’Ariston era già la casa della musica, quella del club Tenco, nato nel 1972. Luigi Tenco – l’autore del più potente e sincero verso mai scritto sull’amore (“mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”) – in realtà però in quella “casa” non ha mai abitato: nel 1967 il Festival si tiene ancora al Casinò di Sanremo. La sua (splendida) “Ciao amore ciao” viene eliminata, lui la prende malissimo, esce (per l’ultima volta) dal casinò, va a cena in un ristorante, torna nella sua camera dell’albergo Savoia e il resto lo sapete già.

Francesco De Gregori, qualche anno dopo, ha sintetizzato alla perfezione in un verso quello che accadde a Sanremo al “piccolo principe”: “Ne hanno fatto un monumento per dimenticare un po’ più in fretta”.

Qualcuno, invece, non vuole affatto dimenticare. Amilcare Rambaldi, per esempio: quando legge su una rivista musicale un articolo su Francesco Guccini, Piero Ciampi e Roberto Vecchioni dal titolo “Bravi, bravissimi, ma chi li vuole?”, Rambaldi risponde “li voglio io” e decide di intitolare a Tenco un club per la musica d’autore, sicuro che se quel “giovane angelo che girava senza spada” non si fosse ammazzato, sarebbe stato anche lui tra i nomi dei cantautori che negli anni 70 hanno rivoluzionato la musica italiana.

Poi l’albergo Savoia si è trasformato in un residence, il Festival ha traslocato all’Ariston, e il Casinò è diventato solo un casinò. Francesco Motta ci è andato ieri, assieme alla sua inseparabile compagna Carolina Crescentini. “Volevamo fare un esperimento antropologico”, racconta mentre pranziamo all’aperto in questo ottobre che sembra luglio. Parla di un sentimento di solitudine e di tristezza, del senso di alienazione e del rumore che fanno le slot machine quando sputano fuori le monetine. Parla, e mentre lo guardo mi accorgo che Luigi Tenco era stato profetico: “Lontano lontano nel tempo, qualche cosa negli occhi di un altro ti farà ripensare ai miei occhi”. E in effetti è così: gli occhi bassi di Motta mi ricordano quelli di Tenco, che ho rivisto poco fa in una foto esposta nella sede del Club. Ma non è solo una somiglianza fisica. C’è, nelle sue canzoni, una verità spiazzante che assomiglia a quella di Luigi Tenco. “E ti sei persa nel tempo dentro gli occhi di un altro sopra un’altra terrazza in un’altra città” canta Motta, ma se che chiudi gli occhi riesci a immaginarti gli stessi versi cantati da Tenco.

Francesco Motta ha 32 anni e dice: “fortunatamente sto invecchiando”, e aggiunge: “mi sento molto più felice di quando avevo vent’anni e di quando ne avevo 28”. Luigi Tenco ne aveva proprio 28 quando si uccise: forse, se avesse avuto pazienza, anche lui avrebbe potuto un giorno scrivere “ed è quasi come essere felice”. “Quasi”, certo, ma qui nessuno di noi s’illude più che si possa essere mai davvero completamente felici.

Forse la vita è questa cosa qua: attendere che i fantasmi della gioventù smettano di tormentarci le notti, aspettare di potersi definire “finalmente risolta”, avere la pazienza di arrivare alla fine dei vent’anni.

(Motta è il vincitore della targa Tenco per il miglior album dell’anno, “Vivere o morire”. Suonerà stasera all’Ariston per la serata conclusiva del Premio Tenco 2018)