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In difesa della musica indie

C’è un fischio che faccio quando sono al parco con Carlos. Nella sua ora di libertà corre felice con decine di altri cani. Il più delle volte in verità trotterella scodinzolando e annusando le foglie secche, ma a volte corre proprio. Succede quando c’è una zuffa. Allora io faccio quel fischio, e tra tutti i cani si gira solo lui, mi guarda un attimo con l’aria di quello che sta pensando “oh no, proprio adesso che c’era da divertirsi devo tornare?”, poi sbuffa e inizia a correre verso di me. Quel fischio è il nostro richiamo, un codice che conosciamo solo noi.

Ho pensato a questo quando, qualche giorno fa, dopo l’ultimo concerto del progetto “Le luci della centrale elettrica”, Vasco Brondi ha scritto questa frase sui social: “Le canzoni sono richiami per gli esseri umani, servono per non sentirsi soli”.

La musica, in effetti, è così: c’è un gruppo di persone, da lontano arriva un fischio, qualcuno lo riconosce e si gira, mentre gli altri continuano a fare quello che stavano facendo. Quel fischio non lo sentono tutti, o meglio: ognuno sente il proprio. Perciò, quando Daniele mi chiede di spiegargli perché mi piace una canzone, io faccio fatica a trovare le parole. Semplicemente, quella canzone sta fischiando a me, sta parlando di me, sta chiamando me. Quella canzone sta raccontando una storia che riconosco. Come il Natale di due anni fa, che alle 23,59 ero fuori col cane e mi era venuto il mente quel verso di Calcutta che dice: “Io non voglio andare in giro da solo, è la notte di Natale anche per me”.

Il punto è questo: se tu l’ascolti e sei nel bel mezzo del cenone di famiglia, con la tavola apparecchiata e i segnaposti personalizzati, quel fischio non lo senti, non ti giri. Ma se, invece, stai camminando al freddo da solo, quel fischio è un richiamo fortissimo e – come dice Brondi – non ti senti più solo.

La musica “indie” ha fatto questo: mandare in radio (pochissimo), su Youtube (prima di tutto) e su Spotify (molto) dei fischi che alcuni potessero riconoscere per sentirsi meno soli. La musica indie parla a (e di) una generazione non strettamente anagrafica di persone alle prese con una vita quotidiana più pragmatica e meno poetica, una vita fatta di piatti da lavare con lo Svelto e di mani da lavare con il detersivo, di notti passate a cercare su Google il proprio nome, di felpe sporche della sera prima, di andare all’Ikea, di sale grosso che manca, di pasta al pesto, di pizze alle 3 di notte, di fare l’amore in macchina o di non potersi raggiungere perché ci sono le targhe dispari.

Non è “sole, cuore, amore”, o meglio è il modo di rendere concrete queste immagini: “Spero che il tuo cuore non sia mai freddo come la piastra del bar sotto casa”, per esempio. Quel “fischio” chiama tutti quelli che hanno provato la tristezza di addentare un toast non scaldato a dovere, una tristezza molto più tangibile, riconoscibile, condivisibile. Ed è nella condivisione che la musica fa quella cosa di cui parlava Vasco Brondi, e cioè non ci fa sentire soli.