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Il presepe di mia mamma, il presepe dei miei nonni e Giovanni Truppi

Le cose che abbiamo sempre sotto gli occhi poi ce le dimentichiamo più in fretta. A casa di mia madre c’era il presepe 365 giorni all’anno. Entravi in casa – che fosse il 25 dicembre o il 16 maggio – e vedevi il presepe. Lo vedevi così tanto che poi non lo vedevi più.

Se oggi a me dici “presepe”, non viene in mente quello che ho avuto davanti agli occhi per anni. Viene in mente, invece, quello che durava una ventina di giorni al massimo e che costruivo con i miei nonni, a casa loro. Ogni anno sempre uguale ma un po’ diverso. C’era, per esempio, il fiume che cambiava il suo corso ogni anno, a seconda della forma che riuscivamo a fare al domopak.

Ho ripensato a quel fiume – e a quei pomeriggi tra pezzi di corteccia, muschio e le merende di mia nonna – ascoltando Giovanni Truppi, uno che canta di piccole cose (presepi, spaghetti scotti, cacche secche) e, quindi, canta di noi.
“Quando ridi mi fa pensare alla cascate di carta argentata che da bambino facevo per il presepe”, canta nel suo ultimo disco.

Se siete dalle parti di San Salvatore Monferrato, vi consiglio di andare ad ascoltarlo stasera al “PeM! Parole e Musica in Monferrato”, la rassegna piemontese di incontri e musica (qui il programma completo).  

Se invece siete altrove, guardate la videointervista di Francesco Prisco sul sito del Sole24Ore.